L’energia nel dibattito USA per le Presidenziali

articolo tratto da L’Huffington Post  |  Di 

 

“Not true, Governor Romney, it’s just not true”. Così Obama ad una affermazione del suo avversario politico che lo accusava di aver ridotto la produzione di carbone e le licenze per la produzione di petrolio in territorio americano nel corso del secondo dibattito pubblico per la corsa alla Casa Bianca. Salgono quindi i toni dello scontro quando si parla di energia e tra i due contendenti sembrano esserci grandi differenze di visone del problema nonché, quindi, di programma. Vediamo allora di capire se ci sono e quali sono le differenze nelle politiche energetiche dei due candidati.

Prima di entrare nello specifico si deve però, e purtroppo, notare come nell’arco dei circa 10 minuti in cui si è parlato di energia non vi sia stato alcun riferimento da parte di nessuno dei due contendenti al problema dei cambiamenti climatici. Non resta che attendere e sperare che dell’argomento si parli nel corso del terzo ed ultimo dibattito.

DIPENDENZA ENERGETICA 
Obama in questa sua campagna elettorale propone una politica energetica definita “All of the above policy”, ovvero una strategia energetica che tenga insieme lo sviluppo di tutte le fonti di energia, ognuna per le proprie possibilità e potenzialità, dal nucleare al carbone, passando per biocarburanti e le fonti rinnovabili, fino al gas naturale. Questa diversificazione delle fonti nasce dall’impegno da parte di Obama di arrivare al 2020 con una riduzione del 50% delle importazioni di petrolio, sostituite quindi da un incremento della produzione interna di tutte le fonti.

Al riguardo Obama intende inoltre puntare sull’efficienza energetica con l’obbiettivo di riduzione al 2025 di 2 milioni di barili di petrolio al giorno.

Obama inoltre ha ritardato il progetto dell’oleodotto Keystone XL in considerazione dei suoi possibili effetti ambientali in Nebraska mentre ha indicato come prioritario il suo sviluppo nella parte meridionale fra l’Oklahoma e il Golfo del Messico.

Romney intende ridurre la dipendenza energetica degli USA attraverso un strategia “allargata” in base alla quale propone di rendere indipendente tutta l’America del Nord al 2020 incrementando le perforazioni di gas e petrolio, aumentando la collaborazione con Canada e Messico con i quali promuovere progetti congiunti e accordi specifici. Inoltre Romney ha dichiarato che una delle prime cose che farà da presidente è approvare la realizzazione dell’oleodotto Keystone XL che dal Canada, per precisione dall’Alberta, dovrà portare il petrolio fino alle raffinerie texane.

ENERGIE RINNOVABILI
Obama ritiene che le clean energies hanno e dovranno avere un ruolo centrale sia in termini di riduzione della dipendenza dall’estero sia in relazione alla sviluppo di politiche salva clima. Già nel 2009 stanziò 90 miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti di energia solare ed eolica, di efficienza energetica, di alta velocità ferroviaria e di miglioramento della rete elettrica. Inoltre Obama ricorda che ha già stanziato 16 miliardi a garanzia di prestiti per progetti di sviluppo delle energie rinnovabili nonché conferma il sistema di credito d’imposta per gli impianti di energia eolica.

Romney è invece contrario a contributi per le fonti rinnovabili se non per le attività di ricerca e sviluppo e, forte del fallimento della società Solyndra LLC sostenuta e “sponsorizzata” dai finanziamenti della presidenza Obama, ritiene che il fondo di 90 miliardi sia stato un vero flop e che oltre il 50% delle aziende che hanno ricevuto questo finanziamento siano fallite. Nonché è contrario al rinnovo del credito di imposta per i produttori di energia eolica.

ESTRAZIONE DI PETROLIO E GAS
Riguardo quest’argomento i due sfidanti sono entrambi favorevoli all’incremento delle trivellazioni petrolifere, anche all’interno delle aree protette e delle “Public Land”. L’unica cosa che li differenzia al riguardo è una maggior attenzione di Obama alle istanze ambientali sollevate caso per caso.

Obama ritiene che la produzione di petrolio è cresciuta ogni anno nel corso del suo mandato ma che la maggior parte dei guadagni siano andati a chi faceva estrazione su terreni privati. Inoltre che le licenze di estrazione ritirate riguardavano soggetti che non avevano alcuna intenzione di estrarre ma che le tenevano e usavano esclusivamente come strumento per speculare sui prezzi del petrolio.

Per quanto riguarda il gas Obama si dichiara favorevole al Fracking, la tecnologia oggetto di grandi discussioni che tramite il processo di fatturazione idraulica permette di aumentare il tasso di recupero del gas nei giacimenti, ricordando che l’EPA, l’agenzia per la protezione dell’ambiente americana ha fornito nel periodo della sua presidenza i primi regolamenti per il settore e che questa dovrà continuare a disciplinare e controllare questa pratica per eliminare qualsiasi rischio ambientale.

Romney rilancia il ruolo strategico delle trivellazioni soprattutto quelle off-shore per lo sfruttamento di nuovi giacimenti concentrando la propria attenzione soprattutto sulle coste della Virginia e della Carolina. In più propone per le estrazioni sul terreno una sorta di federalismo energetico per cui saranno i singoli Stati i veri controllori.

Romney è anche lui a favore del Fracking e al riguardo ritiene che debbano essere i i singoli Stati, e non l’EPA, a disciplinarne le procedure.

NUCLEARE E CARBONE
In questi due settori Obama e Romney sono sostanzialmente d’accordo, infatti sostengono entrambi lo sviluppo dell’energia nucleare, riguardo alla quale Obama nel corso di questi anni ha rivisto in modo considerevole la propria posizione inizialmente contraria.

Anche per il carbone sono entrambi favorevoli al cosiddetto “carbone pulito” e alla sperimentazione del Carbon capture storage ovvero il confinamento geologico dell’anidride carbonica (CO2) prodotta da grandi impianti di combustione

RUOLO DELL’AGENZIA NAZIONALE DELL’AMBIENTE
Obama ha sin dall’inizio del suo mandato riabilitato l’Agenzia che nel corso della precedente amministrazione Bush era in buona parte stata limitata nella propria attività se non addirittura bloccata. Dopo il fallimento della legge sul clima nel 2010 l’agenzia ha comunque proposte regole per limitare le emissioni delle centrali elettriche costringendo alcune centrali a carbone alla chiusura perché troppo inquinanti.

Romney ha, sulla scia di quanto già indicato dal George Bush, imputato all’Agenzia un ruolo troppo invasivo indicandola come un ostacolo allo sviluppo economico degli Stati Uniti e si propone di rimuovere i “regolamenti anticarbone”.

FORUM SOCIALE MONDIALE – TUNISI 2013

APERTURA DELLE ISCRIZIONI PER IL FORUM SOCIALE MONDIALE A TUNISI

rappresentanti del Forum Sociale Maghrebino e del Segretariato Tunisino saranno a Firenze 10+10 dall’8 all’11 novembre

per promuovere la mobilitazione e la partecipazione italiana e europea

A seguito della dichiarazione del Comitato di Coordinamento del Forum Sociale Maghrebino sul Forum Sociale Mondiale 2013 a Tunisi,

al calendario adottato nella stessa dichiarazione

e per fare del Forum Sociale Mondiale del 2013 un successo:

 

il Comitato di Coordinamento del Forum Sociale Maghrebino e il Segretariato Tunisino per il FSM 2103

invitano movimenti, sindacati, organizzazioni e gruppi di attivisti della società civile di Tunisia, Maghreb, Mashrek, del continente Africano,

della regione Mediterranea e di tutto il mondo

a iscriversi nel processo di registrazione delle organizzazioni e delle proposte di attività

 

Da oggi al 1° dicembre, potete iscrivere la vostra organizzazione e proporre attività (seminari, gruppi di lavoro, incontri)

che avete intenzione di organizzare durante il prossimo FSM 2013.

Vi ricordiamo che alla fine della fase di registrazione delle proposte potrete,

durante la fase di agglutinazione dal 1° dicembre al 15 gennaio,

far convergere la vostra proposta con quelle di altri gruppi, reti e campagne, prima della registrazione definitiva e del pagamento.

Vi invitiamo a visitare da oggi in poi il sito ufficiale del FSM 2013:  http://www.fsm2013.org/registration 

Se avete difficoltà di accesso a internet, o conoscete organizzazioni che hanno bisogno di registrarsi ma non hanno internet, vi consigliamo di contattare il segretariato del comitato organizzativo a Tunisi secretariat@fsm2013.org

In caso di difficoltà tecniche riguardo alla registrazione consultare webmaster@fsm2013.org

Trovate anche, nella sezione Commissioni del sito, la lista delle commissioni di preparazione alle quali potete partecipare iscrivendovi nelle rispettive mailing list. Visitare a proposito: http://www.fsm2013.org/commissions

Ci impegniamo, tutti insieme, per la riuscita del 12° Forum Sociale Mondiale a Tunisi, dal 26 al 30 marzo

per un altra Tunisia, un altro Maghreb Mashrek, un’altra Africa e un altro mondo!

Perché i fiori della primavera fioriscano, perché un’altro mondo sia possibile.

Per il segretariato Tunisino

Per il comitato di coordinamento del Forum Sociale Maghreb

Abderrahman Hedhili

Tel : 00 216- 97456541 Mail : secretariat@fsm2013.org http://www.fsm2013.org

Green Building: quando la sostenibilità fa rima con lavoro

Il 19 ottobre è stato presentato ufficialmente il primo rapporto dell’Osservatorio sulla edilizia sostenibile della Fillea CGIL e Legambiente. Stimati 600 mila posti di lavoro puntando su riqualificazione energetica e messa in sicurezza.

SCARICA IL RAPPORTO QUI: Innovazione e sostenibilità nel settore edilizio

Oltre 2 milioni di abitazioni risultano vuote; 6 milioni di italiani vivono in zone ad alto rischio idrogeologico e 3 milioni di persone abitano in zone ad alto rischio sismico. Il patrimonio edilizio esistente è costituito in massima parte da case costruite male, nelle quali fa freddo d’inverno e caldo d’estate malgrado la spesa energetica delle famiglie sia cresciuta del 52% in 10 anni.

Ma uscire da questa impasse è possibile. Dobbiamo rendere più vivibili le città, ammodernare l’edilizia esistente usufruendo delle nuove tecnologie per migliorare la qualita’ della vita e la sicurezza delle persone che ci abitano e ci lavorano, diminuire le spese di gestione delle case; possiamo rendere più belli e funzionali i quartieri recuperando l’esistente creando così nuovi posti di lavoro duraturi e qualificati.

Contro la crisi, Fillea Cgil e Legambiente propongono un nuovo modello per il settore delle costruzioni e nel primo rapporto congiunto su Innovazione e sostenibilità nel settore edilizio “Costruire il futuro” – che sarà presentato oggi al salone internazionale dell’edilizia (SAIE) di Bologna – espongono un’ampia analisi della situazione dell’edilizia sul territorio e degli strumenti che in molti casi Regioni, Province e Comuni, hanno messo in campo per introdurre nuovi criteri energetici e ambientali, andando spesso anche oltre la normativa in vigore.

In Italia, quindi, ci troviamo in una evidente situazione di stallo nelle costruzioni; in Europa intanto, le direttive per la certificazione e riqualificazione energetica degli edifici, nonché gli obblighi per il nuovo costruito a partire dal 2019, si strutturano in una strategia coerente (il cosiddetto 20-20-20) che in questi anni ha posto il vecchio continente all’avanguardia mondiale nella lotta ai cambiamenti climatici. Tutto questo indica una nuova strada da percorrere: quella della riqualificazione, del recupero dell’esistente e dell’innovazione tecnologica in edilizia.

Per Walter Schiavella, segretario generale della Fillea Cgil “in questi anni in Italia sono spariti 500mila posti di lavoro nell’intero settore delle costruzioni, la metà direttamente nel comparto dell’edilizia. Una ecatombe figlia della tempesta perfetta scatenata dall’insieme di due fattori di crisi: uno congiunturale scatenato dalla bolla immobiliare del 2008, ed uno strutturale, cioè la crisi di un modello industriale vecchio ed obsoleto, che non ha saputo capitalizzare gli anni di crescita del settore per rafforzare la qualità delle imprese, sia in dimensione che in investimenti finalizzati alla ricerca ed innovazione dei materiali e delle filiere. Per questo la crisi delle costruzioni in Italia è più forte che in altri paesi. Chi ha saputo per tempo intervenire sui modelli industriali ed innovarli nella direzione della sostenibilità si è difeso meglio dalla crisi”.

Per Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente “oggi possiamo uscire da questa drammatica situazione puntando su due obiettivi: l’innovazione, perche c’è bisogno di una profonda trasformazione delle pratiche progettuali e costruttive se si vuole realizzare sul serio un miglioramento della sostenibilità ambientale nelle costruzioni e in particolare delle prestazioni energetiche, tale da ridurre consumi e bollette delle famiglie, e la messa in sicurezza del patrimonio edilizio in un territorio tanto fragile quanto a rischio a nche per la costruzione di nuove case legali o abusive. Se consideriamo che il 60% degli edifici a prevalente uso residenziale è stato realizzato prima dell’introduzione della legge antisismica (1974), si comprende la dimensione del rischio che si corre e dove si deve prioritariamente intervenire, creando così  tanti nuovi posti di lavoro, qualificati e duraturi”.

Diventa necessaria una gestione strategica dell’intero processo di recupero e rinnovamento del patrimonio edilizio attraverso l’applicazione di un mix di soluzioni progettuali tecnologiche e impiantistiche sostenibili che servano anche a metterlo in sicurezza (parliamo di 11 milioni di edifici ad uso residenziale per 28 milioni di abitazioni), ma con caratteristiche diverse e priorità di intervento per i rischi sismici e idrogeologici, per il degrado edilizio e anche sociale, distribuiti in modo differente in ogni parte del Paese.

Questi ragionamenti riguardano da vicino la crisi economica che stiamo attraversando e per questo, Fillea e Legambiente hanno individuato una serie di interventi mirati al sostegno dell’economia sostenibile delle costruzioni, indicando un processo (già in corso in tante città) in continua evoluzione con particolare attenzione alle prestazioni energetiche degli edifici, allo sviluppo delle rinnovabili e alla certificazione energetica. Ciò porterebbe ad un innalzamento della qualità della vita dei cittadini e ad un aumento dell’occupazione pari a 600 mila nuovi posti di lavoro nei prossimi 10 anni, che possono arrivare, considerando l’indotto della filiera, a circa un milione.

Il primo intervento riguarda la necessità di una regia nazionale che dia certezze alla prospettiva della innovazione energetica in edilizia. In attuazione delle Direttive europee si devono fissare i riferimenti normativi che valgano su tutto il territorio nazionale, e che le Regioni possono dettagliare ma senza vuoti normativi o contraddizioni. In particolare è fondamentale un intervento in materia di prestazioni energetiche e di certificazione, perché le classi degli edifici devono diventare un riferimento imprescindibile e credibile per tutti gli operatori. E poi un intervento che dia certezze rispetto alle regole sull’accreditamento dei certificatori, sui controlli e le sanzioni.

Il secondo intervento riguarda gli edifici di nuova costruzione, dove occorre accompagnare il miglioramento delle prestazioni previsto dalle Direttive Europee stabilendo da subito un obbligo minimo di Classe A per tutti i nuovi interventi. Questo obiettivo, oggi a portata di mano da un punto di vista economico e tecnico, permetterebbe di preparare il settore delle costruzioni alla scadenza del 1° gennaio 2021. E permetterebbe di azzerare le bollette delle famiglie, anche grazie al contributo delle fonti rinnovabili ai fabbisogni elettrici e termici già previsto dalle Direttive.

Il terzo intervento concerne la riqualificazione del patrimonio edilizio per dare finalmente certezze sugli interventi e sugli strumenti di incentivazione. Occorre rendere permanenti le detrazioni fiscali del 55% per gli interventi di efficienza energetica e allargarlo alla sicurezza statica. Ma soprattutto, occorre introdurre un nuovo incentivo per promuovere interventi di retrofitting e messa in sicurezza di interi edifici.

Il quarto intervento riguarda il patrimonio edilizio pubblico, per superare il Patto di stabilità nel caso di interventi che migliorino l’efficienza energetica. Agli Enti locali deve essere data la possibilità di realizzare questi interventi direttamente o attraverso Esco, in tutti i casi in cui è dimostrata la riduzione complessiva di spesa realizzata grazie agli interventi e la fattibilità tecnica e finanziaria dell’intervento.

Il quinto obiettivo riguarda la messa in sicurezza del patrimonio edilizio con la necessità di aggiornare l’apparato normativo per gli aspetti di sismica e statica. Occorre intervenire sugli incentivi per premiare chi realizza interventi sia energetici che statici e introdurre il libretto del fabbricato.

Infine, si deve intervenire rispetto all’impatto ambientale del settore delle costruzioni, riducendo il prelievo di materiali da cava. E’ possibile farlo premiando nei capitolati di appalto i materiali provenienti da inerti riciclati, e rivedendo i costi di smaltimento in discarica e di prelievo da cava come si è fatto negli altri Paesi europei dove si sono ridotte le cave e aumentati i posti di lavoro.

Che cosa cambia con il Quinto Conto Energia

Il 27 agosto 2012 è entrato in vigore il Quinto conto energia, il nuovo regime incentivante per il fotovoltaico pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 10 luglio scorso. Il nuovo meccanismo,tuttavia, rischia di nascere già con il fiatocorto: il nuovo tetto di spesa complessivo
annuale per gli incentivi è stato innalzato di 700 milioni di euro, quindi gli incentivi ai nuovi impianti cesseranno al raggiungimento di 6,7 miliardi (a cui seguirà un regime transitorio di 30 giorni). Si stima che il nuovo conto energia partirà con un monte incentivi di oltre 6,3 miliardi già impegnati. Le risorse disponibili per il Quinto conto energia si ridurranno allora da 700 a meno di 400 milioni che con molta probabilità si esauriranno entro la primavera del 2013.

Scaricate qui un documento dell’Informatore Agrario, Che sintetizza molto bene il nuovo sistema di incentivazione.

Fotovoltaico: che cosa cambia con il Quinto Conto Energia

Piano energetico, noi faremo come la Svizzera?

di Mario Agostinelli – Il Fatto Quotidiano on line

Siamo un po’ al paradosso. Mentre il Governo Monti-Passera fa uscire di soppiatto dalle sue stanze unpiano energetico nazionale che guarda al passato (e che impudentemente assicura di sottoporre ad “ampia verifica”), un Paese conservatore, autonomo rispetto all’Ue e fino a ieri moderatamente filonucleare come la Svizzera, mette in consultazione una suastrategia energetica al 2050. E opta per un cambiamento radicale dell’intero sistema, ritenuto necessario dopo la decisione di abbandonare l’atomo.

Paragonare il piccolo Paese elvetico all’Italia dei “tecnici” mi serve anche per interloquire con i molti commenti riservati al mio blog. Commenti che arricchiscono i miei post rendendoli assai più problematici e articolati di quanto siano in partenza e a cui non posso rispondere direttamente senza ulteriormente frammentare la discussione. Perciò provo a replicare a talune critiche o perplessità ricorrendo a riscontri insospettabili e a prima vista sorprendenti.

È il caso dell’orizzonte energetico con cui si sta misurando la Svizzera e che rende un po’ desuete le presunzioni dei sostenitori inflessibili del nucleare, dei fossili, della continuità del vecchio sistema. Si tratta di un Paese moderno, con un alto tenore di vita ed elevati consumi, con un’abbondanza della fonte idrica, ma non certo favorito quanto lo siamo noi per l’abbondanza delle altre fonti energetiche naturali. In passato, la Svizzera aveva ritenuto risolutivo il ricorso all’energia nucleare. Una riflessione critica dopo Fukushima ha finito col buttare all’aria le carte di una strategia più che consolidata e refrattaria a cambiamenti radicali.

La consigliera federale Doris Leuthard, relatrice del piano energetico, ha stupito più di un osservatore. Nel suo rapporto all’organismo parlamentare ha esordito dicendo che “a livello mondiale abbiamo prezzi molto volatili di fronte ad un aumento della domanda di energia. Dal 2001 il solo prezzo del barile di petrolio è salito da 83 agli attuali 125 dollari, con conseguente aumento del prezzo del gas e delle energie convenzionali. Nello stesso tempo vediamo che le energie alternative costano sempre meno, ma sono ancora relativamente care e vanno quindi sostenute” (Corriere del Ticino, 29 settembre 2012). E ha aggiunto che, con la decisione di abbandono del nucleare, “non resta che puntare decisamente su una graduale trasformazione del sistema energetico attuale”. Esattamente il contrario della proposta Passera che tende al rilancio delle trivellazioni e alla costituzione di un “hub del gas” che saturerebbe l’Italia di tubi, rigassificatori e depositi di fonti fossili.

La strategia elvetica risulta molto chiara: riduzione del consumo pro-capite di energia complessivamente del 35% entro il 2035 (del 50% per combustibili e carburanti); risanamento degli edifici con inasprimento degli standard; prescrizioni sulle emissioni di CO2 delle automobili (al 2020 massimo di 95 gr CO2/Km); sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili nei settori del riscaldamento e della produzione di elettricità; diffusione delle “smart grid” per consentire un ricorso più efficiente all’autoproduzione e alla generazione decentrata di elettricità. È significativo soprattutto il collegamento tra la politica energetica e quella climatica, con il varo di una riforma fiscale ecologica che accorpa in un’unica tassa sull’energia la tassa sulla CO2 e quella per immettere in rete l’elettricità e il calore autoprodotti.

La consultazione a livello statale durerà 8 mesi. Una volta noti i risultati, si aprirà il dibattito parlamentare con un contraddittorio e una pubblicità assicurata da un protocollo rigoroso per radio e televisioni statali. Da noi ci si limita ad annunciare imprecisate consultazioni online sulla bozza Passera –  tutt’ora semiprivata – con formulari predisposti in forma di quesito secco, a cui si potrà rispondere con la stessa aspettativa con cui si imbuca una lettera per un destinatario che non è tenuto a rimandare la ricevuta di ritorno.

Una volta, forse con un po’ di ingenuità, per rivendicare le otto ore di lavoro si cantava “e noi faremo… come la Russia!”. Mai ci saremmo aspettati di rivendicare democrazia energetica e giustizia climatica sospirando “e noi faremo come la Svizzera!”