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Il prezzo del petrolio tra Teheran e Parigi

dal Blog di Mario Agostinelli

logo-il fatto quotidiano 2015E’ passato un anno dall’inatteso crollo delle quotazioni petrolifere che ha portato il prezzo del greggio dal valore di 116,7 dollari al barile di giugno 2014 a quello di 58 dollari di gennaio 2015. Si tratta di una questione fondamentale in una società ed una economia che si sviluppano su una piattaforma energetica in vigore da quasi 200 anni, dato che il capitalismo moderno poggia ancora sul petrolio.

Perché questo crollo? Diverse sono state le interpretazioni, ma due sono stati i fattori decisivi: l’intensità della cosiddetta shale revolution, ossia la rivoluzione dello shale oil americano, oggi in crisi di prospettiva sul medio termine e la decisione saudita, adottata dall’intera Opec, di non limitare le estrazioni ed, in tal modo, di non tentare alcuno sforzo per limitare la riduzione dei prezzi. La storia dei prezzi del greggio è sempre stata caratterizzata da questo problema: riducendo la questione all’osso o ce n’é troppo (prezzo basso) o ce n’è troppo poco (prezzi alti).

Oggi il mercato è caratterizzato da un eccesso di offerta quantificabile in 2 milioni di barili al giorno di troppo. Come conseguenza, i produttori nordamericani di shale sono andati in crisi e nel primo semestre il numero delle perforazioni ha registrato un calo costante, settimana dopo settimana. Va detto che le piccole aziende dello shale oil (parliamo di 13 mila imprese), hanno mostrato una capacità di reazione e di riduzione dei costi imprevista, stimolata dalla natura di questo tipo di attività che richiede continue perforazioni e quindi continui investimenti. I prezzi in caduta hanno certamente bloccato lo sviluppo dello shale oil fuori degli States, mentre all’interno hanno portato a un dimagrimento del settore, ma non ancora ad un crollo (anche se gli analisti del settore vedono nero nel medio-lungo periodo).

In Italia il consumo largamente prevalente del petrolio è nell’autotrazione, perché nella generazione elettrica è residuale (nel 2014 ha assorbito 1,5 milioni di t. sul totale di 57,6). Per gli automobilisti, quindi, non si preannuncia alcun ritorno a nuovi rialzi, ma neppure sono da attendersi significativi ribassi, poiché sui carburanti è applicato un carico fiscale enorme e la materia prima nel 2014 ha contato solo il 30% del prezzo finale del carburante ed è su questa quota residuale che ha effetto il calo delle quotazioni del greggio.

L’accordo sul nucleare con l’Iran, fortemente voluto da Obama per ragioni geopolitiche prima che economiche, rafforza la previsione di una prosecuzione del periodo di ribasso dei prezzi. Infatti, l’aumento dei consumi previsto sarà ampiamente compensato dall’offerta di greggio iraniano che nei prossimi mesi tornerà sul mercato. Teheran ha infatti annunciato l’intenzione di aumentare l’export di 500 mila barili al giorno, per arrivare dopo sei mesi a raddoppiare.

La morale della favola è che in un mondo che ha una capacità produttiva di greggio pari al 13% in più del consumo la rinascita iraniana produrrà un nuovo ribasso, nel contesto di una lotta senza quartiere fra i diversi produttori che continuano a spingere sull’acceleratore delle estrazioni per sopravvivere al calo delle entrate (Iraq ed Arabia saudita stanno producendo a livelli record).

Ma il petrolio a basso costo è un bene? In una economia basata su questa fonte (e sulle “sorelle” fossili) sì, ovviamente, dal punto di vista del denaro e della finanza. E purtroppo il mondo di oggi, nonostante tanto parlare di “energie pulite”, rimane un mondo dove si scava, si estrae e si brucia quello che madre natura ha preparato nel corso dei millenni.

Ma in un mondo meno dipendente dalla combustione l’aria sarebbe diversa, nel vero senso della parola e a questo mondo cerca di volgere lo sguardo la prossima conferenza di Parigi sul clima (COP 21), tentando un accordo per limitare l’aumento medio della temperatura a due gradi, per non rischiare di star male come accade quando la temperatura corporea supera i 39 gradi, come nella stagione attuale anche qui da noi.

L’obiettivo di Parigi è possibile solo se ci si impegnerà a bruciare meno fonti fossili, petrolio e gas in particolare, lasciandole sottoterra o in qualsiasi altro posto si trovino. Quindi il petrolio a basso costo non aiuta a rivoluzionare il settore dei trasporti, dove regna sovrano, e la leva economica non favorirà buone scelte nel campo energetico in generale. Occorre maggior impegno politico (nel senso buono del termine, visto che ormai la sua connotazione risulta negativa) per prendere sul serio la sfida del clima.

L’enciclica del Papa e la battaglia per evitare il disastro climatico hanno quindi un avversario molto potente sul piano dei costi attuariali e delle convenienze a breve termine.
La difficoltà a prendere sul serio questa sfida è legata ad un deterioramento etico e culturale, che accompagna quello ecologico. L’uomo e la donna del mondo postmoderno corrono il rischio permanente di diventare profondamente individualisti, e molti problemi sociali attuali sono da porre in relazione con la ricerca egoistica della soddisfazione immediata, con le crisi dei legami familiari e sociali, con le difficoltà a riconoscere l’altro”.

Ma c’è un momento nella vita di ciascuno di noi, in cui ci si rende conto di avere una responsabilità verso noi stessi e le facce che ci stanno intorno. In quel momento capiamo anche che solo accettando questa responsabilità troveremo un senso alla nostra vita. E’ tempo che collettivamente emerga questa consapevolezza e che quindi all’oro nero sia tolta la sua corona.

a cura di Mario Agostinelli e Roberto Meregalli

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5 giugno: No alle guerre!

DISCUTIAMO DI DISARMO NUCLEARE TOTALE

Venerdì 5 giugno 2015 alle ore 21.00
Sala del Consiglio, Piazza della ResistenzaSesto San Giovanni

5 Giugno DISARMO NUCLEARE

con

padre alex Zanotelli
Don Renato Sacco, Pax Christi
Mario Agostinelli, Energia Felice
Emanuele Patti, ARCI Milano
Luigi Mosca, già direttore laboratorio fisica delle particelle di Modane

coordina

Elena Iannizzi, Assesore alla Pace, diritti umani e cooperazione internazionale

 

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Il mondo è “imbottito” di 16.370 armi nucleari ma solo Cuba chiede con forza di vietarle

Il fisico Agostinelli: “Gli Stati detentori di armi nucleari si ritengono padroni del Trattato di non proliferazione e non lo attuano”. Austria unica a rompere la posizione allineata alla Nato dell’UE

 il mondo imbottito di nucleare
Viviamo in un mondo “imbottito” di armi nucleari, all’incirca 16.370, una quantità capace di distruggere ben oltre l’intero pianeta Terra. Eppure il processo di disarmo è oggi al palo, nel silenzio della stampa italiana. A dimostrarlo è anche l’esito della conferenza per il riesame del Trattato di Non proliferazione nucleare (Tnp) che, dal 28 aprile al 22 maggio, ha riunito a New York 190 Paesi che hanno firmato il trattato. Dopo oltre un mese di trattative, la conferenza si è conclusa senza che venisse approvato un documento finale. Un segno di rottura che potrebbe portare a una svolta verso un mondo libero dalle armi atomiche, secondo le associazioni disarmiste, mentre a parlare di insuccesso è il governo italiano che continua a considerare il Tnp come  “la pietra miliare del regime globale di non proliferazione nucleare”.
A raccontare a l’AntiDiplomatico le ultime fasi delle negoziazioni a Palazzo di Vetro a New York è Mario Agostinelli, già ricercatore chimico-fisico per l’Enea presso il Centro di rircerca di Ispra e disarmista per l’associazione Energia Felice, e presente alle Nazioni Unite tra la stampa.  “Il clima è stato segnato dalla divisione fra gli Stati detentori di arsenali nucleari che hanno firmato in Tnp (ovvero Russia, Usa, Gran Bretagna, Francia e Cina), con il codazzo dei loro alleati totalmente defilati, come purtroppo l’Italia – riferisce Agostinelli -, e, sul fronte opposto, tre gruppi di Paesi che, con accenti diversi, hanno posto il problema del nucleare come una “questione umanitaria” in quanto il possesso di armi nucleari è una violazione del diritto umanitario e quindi non una questione di “legittimità”, bensì un’infrazione al diritto internazionale. La richiesta di questi Stati è identificabile in tre Paesi-capofila: Cuba con la posizione più netta, Brasile con una posizione intermedia, Austria con una posizione più morbida, ma forse più significativa perché rompe con la posizione ufficiale dell’Unione Europea, rappresentata dall’Alto rappresentante per la Politica Estera Federica Mogherini, completamente allineata alla Nato”.
“La richiesta di questi Stati all’Onu è stata quella di fissare tutte le verifiche, le scadenze temporali affinché nei Paesi “nucleari” si raggiunga uno stato di “non possesso” nucleare – continua Agostinelli-, in un percorso, seppur complesso e con ricadute economiche, politiche e militari, nel quale si realizzerebbe tuttavia il massimo di cooperazione a livello mondiale e si tradurrebbe il Tnp in un autentico processo di disarmo nucleare totale”. “Cuba ha con forza condannato l’ammodernamento degli arsenali nucleari, affiancata dai Paesi dell’America Latina, messo in atto da alcuni Paesi”, osserva lo scienziato ricordando che “in quelle stesse ore in Italia il ministro delle Difesa italiano Roberta Pinotti confermava  l’acquisto di tutti i cacciabombardieri F-35, gli unici velivoli in grado di teleguidare le bombe atomiche e oggi in fase di ammodernamento nelle basi militari Usa in Italia, a Ghedi e Aviano”.
Sempre Cuba ha chiesto una zona denuclearizzata in Medio Oriente, con l’appoggio, in questo caso, del governo italiano a nome del sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, spiega ancora Agostinelli, “L’Avana ha avanzato anche la richiesta dell’eliminazione dal 2015 delle ami nucleari entro 20 anni, una posizione radicale a favore del disarmo, rispetto alla quale il Brasile ha tentennato sulla definizione di una data”. Notevoli, secondo il fisico, gli sforzi dell’ “Austria che ha raccolto il massimo di adesioni attorno ad un documento (l’ “Humanitarian Pledge”, ndr) che elimina la lacuna giuridica per la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari, e sostiene che le riduzioni non costituiscono disarmo a meno che non siano intraprese nell’ambito di un quadro per l’eliminazione totale”.
Sul fronte opposto, rifersce ancora Agostinelli, “gli Stati dotati di armi nucleari hanno invece continuato a respingere l’idea che sia necessario qualcosa di più che le riduzioni che hanno già intrapreso o che hanno promesso intraprenderanno in futuro. Evidentemente non ritengono il loro continuo possesso di armi nucleari come in contrasto con il Trattato, anzi, vedono il Tnp come il ‘loro’ trattato”. Con il risultato che dal 1945, anno in cui il trattato fu siglato, altri 4 Stati si sono dotati di armi nucleari (India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) e i cinque Stati detentori firmatari del Tnp, sebbene abbiano dismesso alcune bombe nucleari obsolete, sono in fase di riarmo. Gli esperti calcolano, altresì che  almeno altri 44 Paesi sono attualmente in grado di procurarsi in tempi brevi l’arma nucleare.
“A Palazzo di Vetro tutto faceva presumere che si sarebbe arrivati a un vuoto compromesso in cui il trattato avrebbe promesso grandi impegni che ma di fatto avrebbe chiuso la strada alla prospettiva del diritto umanitario e del disarmo totale – conclude Agostinelli -. Non è andata così: si è verificato un fatto nuovo, che risiede nel rifiuto della maggioranza dei Paesi di stare al gioco dei possessori degli arsenali nucleari e di non aver accettato il documento finale. Ritengo, inoltre, che il vero risultato di questa conferenza sarà l’ “Humanitarian Pledge”, i cui contenuti sono stati sostenuti con forza dai Paesi latinoamericani, da Cuba e dal Sudafrica, e sono finalizzati alla definizione di un nuovo strumento legalmente vincolante che bandisca le armi nucleari”.
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Analisi della Conferenza di revisione del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT)

Mario Agostinelli da New York

Care/i
ho avuto la fortuna di poter partecipare alle sessioni finali, ovviamente convulse, della prevista ratifica del nuovo NPT, approfittando del mio soggiorno coi nipoti a Washington e della vicinanza della Capitale a New York. Mi sono stati di grande aiuto i suggerimenti e le valutazioni di Mosca e Navarra e ho cercato di trarre impressioni dirette: la fase finale era così intensa che i miei incontri si sono limitati a persone certamente più dentro di me nella questione, ma non parte diretta della trattativa. Le delegazioni erano inavvicinabili per un “giornalista” quale io apparivo nel badge, ma ho trovato il modo per far avere loro le fotocopie della nostra petizione ed ho brevemente scambiato valutazioni con un delegato cubano ed uno brasiliano a sessione ultimata.

Ecco di seguito la mia relazione e le mie impressioni/valutazioni.

L’ambiente – manifesti, un concerto la sera, piccoli cortei interni – richiamava la concomitanza con il 70esimo anniversario dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con il lancio della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki ad opera degli Stati Uniti.

Il clima era teso e confuso, segnato dalla divisione drammatica tra i detentori degli arsenali nucleari, con il codazzo degli alleati ipocritamente defilati (il caso dell’Italia è emblematico: totalmente assente, non rilevabile affatto ai miei occhi di osservatore inesperto) e i tre gruppi di Paesi che, con accenti diversi, hanno posto la “questione umanitaria” in un modo inedito: il possesso di armi nucleari è una violazione del diritto umanitario e quindi non una questione di “legittimità”, ma una infrazione al diritto internazionale, con tutte le verifiche, le scadenze temporali e le conseguenze sul piano economico, industriale e militare, perché nei Paesi “nucleari” si raggiunga e realizzi lo stato di “non possesso”.

In questo campo e su questo percorso si realizzerebbe il massimo di cooperazione a livello mondiale e si tradurrebbe il NPT in un autentico processo di disarmo nucleare totale. I gruppi di Paesi si possono identificare, per quel che ne ho capito, in tre capofila: Cuba con la posizione più netta, Brasile con una posizione intermedia, Austria con una posizione più morbida, ma forse più significativa perché rompe con la posizione ufficiale del Commissario per gli esteri UE. Devo dire senza diplomazie, che nel suo intervento un po’ penoso, che ho letto, la Mogherini è riuscita a non dire nulla di significativo ed ha fatto apparire la UE sostanzialmente una depandance della Nato.

Cuba ha con forza condannato l’ammodernamento degli arsenali e su questo è stata seguita dai Paesi dell’America Latina (In Italia il ministro Pinotti confermava negli stessi giorni l’acquisto di tutti gli F35 programmati, l’unico velivolo in grado di teleguidare le atomiche in ammodernamento a Ghedi e Aviano!); ha chiesto una zona denuclearizzata in Medio Oriente (in questo appoggiata con prudenza da Della Vedova a nome del nostro Governo); l’eliminazione dal 2015 delle ami nucleari entro 20 anni (costituendo in questo la punta più radicale). Il Brasile ha confortato questa posizione con minore determinazione sulla definizione di una data.

L’Austria ha raccolto il massimo di adesioni attorno ad un documento (Humanitarian Pledge) che elimina la lacuna giuridica per la proibizione e l’eliminazione delle armi nucleari e sostiene che le riduzioni non costituiscono disarmo a meno che non siano intraprese nell’ambito di un quadro per l’eliminazione totale.

Gli stati dotati di armi nucleari hanno invece continuato a respingere l’idea che sia necessario qualcosa di più che le riduzioni che hanno già intrapreso o hanno promesso che potrebbero prendere in futuro. Chiaramente non vedono il loro continuo possesso di armi nucleari come in contrasto con il Trattato, anzi, vedono il NPT come il “loro” trattato.

Tutto faceva presumere che si sarebbe arrivati ad un vuoto compromesso in cui, tra mugugni e qualche contrario, il trattato avrebbe promesso grandi impegni, ma di fatto bandito la prospettiva del diritto umanitario e del disarmo totale. Il fatto nuovo e a mio avviso positivamente maturo per la corrispondenza con la società civile (per la verità ancor poco mobilitata) sta nel rifiuto della maggioranza dei Paesi (l’80% secondo la dichiarazione dell’Irlanda) di stare al gioco dei possessori degli arsenali nucleari e di non aver accettato il documento finale proposto dal presidente di turno nell’ultima giornata.

La stampa – che in Italia non ha seguito affatto la vicenda, essendo occupata a inseguire benevolmente le tappe di un processo eversivo della Costituzione intentato da Renzi (ma ne parleremo un’altra volta) – ha attribuito il fallimento all’opposizione dei filoisraeliani alla denuclearizzazione del medio oriente o alle visite obbligatorie agli impianti di Tel Aviv o, ancora, al divieto coreano di recarsi in visita a Hiroshima e Nagasaki. Per me sono balle. Lo conferma il documento finale ONU: “The negotiations had sharply divided states that possess nuclear weapons and those that do not”.

A mio avviso, il vero risultato di questa Conferenza sarà l’Humanitarian Pledge. E l’impegno che contraddistingue i suoi contenuti, sostenuti con ancora più forza dai paesi latino americani, dal SudAfrica e da Cuba e finalizzati a promuovere riunioni della Conferenza di revisione del TNP a partire da questo documento, con un percorso parallelo della società civile e in un quadro di definizione di un nuovo strumento legalmente vincolante sulle armi nucleari.

Con oltre 100 Stati che hanno finora approvato l’impegno internazionale per colmare il divario per la proibizione legale e l’eliminazione delle armi nucleari, sarà possibile e realistico realizzare progressi reali sul disarmo nucleare multilaterale. E, oltre alle autorevoli parole del Papa, va annoverata la dichiarazione recente del Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon “Il trattato di non proliferazione nucleare ha l’obiettivo di eliminare tutte le armi atomiche”.

Queste sono mie valutazioni di prima impressione e vorrei il conforto di una discussione e di riflessione dei pacifisti e degli esperti più addentro ad una questione di enorme rilevanza, ma anche estremamente complessa. Un argomento che io conosco ancora con una approssimazione pari alla passione che ha suscitato in me l’occasione della pubblicazione del libro Esigete! di Stephane Hessel.

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Nessun documento finale è l’esito della revisione del NPT a New York

a cura di Alfonso Navarra

Dal sito ufficiale dell’ONU riportiamo l’esito della nona Conferenza di riesame del NPT (New York, 27 aprile -22 maggio 2015) nel comunicato dell’ufficio stampa istituzionale.

Breve premessa. Il non consenso su un documento finale, sorprendentemente dal punto di vista di chi scrive (ma credo anche da parte di chi ci ha inviato le testimonianze pacifiste dal Palazzo di Vetro), è avvenuto a causa del disaccordo fra i paesi partecipanti sulla creazione di una zona libera dal nucleare in Medio Oriente. La bozza di risoluzione proposta dall’Egitto che prevede la convocazione, da parte del segretario generale delle nazioni Unite Ban ki-moon, di una conferenza per avviare la denuclearizzazione del Medio Oriente entro il primo marzo del 2016, una misura contro cui si oppone Israele, l’unico paese della regione con armi nucleari (e che non ha firmato il trattato di non proliferazione), è stata respinta da Canada, Stati Uniti e Gran Bretagna.

«Il linguaggio relativo alla organizzazione della conferenza è incompatibile con le nostre politiche di lunga data», ha affermato un esponente del governo americano mentre grande disappunto, per la mancata approvazione della risoluzione, è stato espresso da un delegato dell’Iran, a nome del movimento dei paesi non allineati. (Ses/AdnKronos)

Una novità importante emersa nel corso dei lavori è l’ampia adesione ottenuta dall’Impegno Umanitario proposto dall’Austria e sottoscritto da 100 Paesi: la speranza dell’ICAN è che esso sia utilizzato come base per un nuovo processo per lo sviluppo di uno strumento giuridicamente vincolante che vieti le armi nucleari.

Ma un altro percorso con lo stesso obiettivo che potrebbe essere sperimentato in modo parallelo e convergente è quello, su cui insiste Cuba, che parte da una risoluzione ONU, la 6/32 adottata dall’Assemblea generale il 26 settembre 2013: propone l’avvio urgente di negoziati in seno alla Conferenza sul Disarmo per la precoce conclusione di una convenzione globale sulle armi nucleari e decide di convocare entro il 2018 una conferenza internazionale ad alto livello sul disarmo nucleare che esamini i progressi compiuti in questo senso.

La strada della convenzione potrebbe essere facilitata dall’universalizzazione del Trattato per la zona libera dal nucleare dell’America Latina: non è da trascurare la capacità attrattiva per altri Stati di 33 Paesi che sono già d’accordo nel proibire le armi nucleari sul loro territorio ed hanno messo su una organizzazione già funzionante da anni per il rispetto del divieto…

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