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L’energia nel dibattito USA per le Presidenziali

articolo tratto da L’Huffington Post  |  Di 

 

“Not true, Governor Romney, it’s just not true”. Così Obama ad una affermazione del suo avversario politico che lo accusava di aver ridotto la produzione di carbone e le licenze per la produzione di petrolio in territorio americano nel corso del secondo dibattito pubblico per la corsa alla Casa Bianca. Salgono quindi i toni dello scontro quando si parla di energia e tra i due contendenti sembrano esserci grandi differenze di visone del problema nonché, quindi, di programma. Vediamo allora di capire se ci sono e quali sono le differenze nelle politiche energetiche dei due candidati.

Prima di entrare nello specifico si deve però, e purtroppo, notare come nell’arco dei circa 10 minuti in cui si è parlato di energia non vi sia stato alcun riferimento da parte di nessuno dei due contendenti al problema dei cambiamenti climatici. Non resta che attendere e sperare che dell’argomento si parli nel corso del terzo ed ultimo dibattito.

DIPENDENZA ENERGETICA 
Obama in questa sua campagna elettorale propone una politica energetica definita “All of the above policy”, ovvero una strategia energetica che tenga insieme lo sviluppo di tutte le fonti di energia, ognuna per le proprie possibilità e potenzialità, dal nucleare al carbone, passando per biocarburanti e le fonti rinnovabili, fino al gas naturale. Questa diversificazione delle fonti nasce dall’impegno da parte di Obama di arrivare al 2020 con una riduzione del 50% delle importazioni di petrolio, sostituite quindi da un incremento della produzione interna di tutte le fonti.

Al riguardo Obama intende inoltre puntare sull’efficienza energetica con l’obbiettivo di riduzione al 2025 di 2 milioni di barili di petrolio al giorno.

Obama inoltre ha ritardato il progetto dell’oleodotto Keystone XL in considerazione dei suoi possibili effetti ambientali in Nebraska mentre ha indicato come prioritario il suo sviluppo nella parte meridionale fra l’Oklahoma e il Golfo del Messico.

Romney intende ridurre la dipendenza energetica degli USA attraverso un strategia “allargata” in base alla quale propone di rendere indipendente tutta l’America del Nord al 2020 incrementando le perforazioni di gas e petrolio, aumentando la collaborazione con Canada e Messico con i quali promuovere progetti congiunti e accordi specifici. Inoltre Romney ha dichiarato che una delle prime cose che farà da presidente è approvare la realizzazione dell’oleodotto Keystone XL che dal Canada, per precisione dall’Alberta, dovrà portare il petrolio fino alle raffinerie texane.

ENERGIE RINNOVABILI
Obama ritiene che le clean energies hanno e dovranno avere un ruolo centrale sia in termini di riduzione della dipendenza dall’estero sia in relazione alla sviluppo di politiche salva clima. Già nel 2009 stanziò 90 miliardi di dollari per lo sviluppo di progetti di energia solare ed eolica, di efficienza energetica, di alta velocità ferroviaria e di miglioramento della rete elettrica. Inoltre Obama ricorda che ha già stanziato 16 miliardi a garanzia di prestiti per progetti di sviluppo delle energie rinnovabili nonché conferma il sistema di credito d’imposta per gli impianti di energia eolica.

Romney è invece contrario a contributi per le fonti rinnovabili se non per le attività di ricerca e sviluppo e, forte del fallimento della società Solyndra LLC sostenuta e “sponsorizzata” dai finanziamenti della presidenza Obama, ritiene che il fondo di 90 miliardi sia stato un vero flop e che oltre il 50% delle aziende che hanno ricevuto questo finanziamento siano fallite. Nonché è contrario al rinnovo del credito di imposta per i produttori di energia eolica.

ESTRAZIONE DI PETROLIO E GAS
Riguardo quest’argomento i due sfidanti sono entrambi favorevoli all’incremento delle trivellazioni petrolifere, anche all’interno delle aree protette e delle “Public Land”. L’unica cosa che li differenzia al riguardo è una maggior attenzione di Obama alle istanze ambientali sollevate caso per caso.

Obama ritiene che la produzione di petrolio è cresciuta ogni anno nel corso del suo mandato ma che la maggior parte dei guadagni siano andati a chi faceva estrazione su terreni privati. Inoltre che le licenze di estrazione ritirate riguardavano soggetti che non avevano alcuna intenzione di estrarre ma che le tenevano e usavano esclusivamente come strumento per speculare sui prezzi del petrolio.

Per quanto riguarda il gas Obama si dichiara favorevole al Fracking, la tecnologia oggetto di grandi discussioni che tramite il processo di fatturazione idraulica permette di aumentare il tasso di recupero del gas nei giacimenti, ricordando che l’EPA, l’agenzia per la protezione dell’ambiente americana ha fornito nel periodo della sua presidenza i primi regolamenti per il settore e che questa dovrà continuare a disciplinare e controllare questa pratica per eliminare qualsiasi rischio ambientale.

Romney rilancia il ruolo strategico delle trivellazioni soprattutto quelle off-shore per lo sfruttamento di nuovi giacimenti concentrando la propria attenzione soprattutto sulle coste della Virginia e della Carolina. In più propone per le estrazioni sul terreno una sorta di federalismo energetico per cui saranno i singoli Stati i veri controllori.

Romney è anche lui a favore del Fracking e al riguardo ritiene che debbano essere i i singoli Stati, e non l’EPA, a disciplinarne le procedure.

NUCLEARE E CARBONE
In questi due settori Obama e Romney sono sostanzialmente d’accordo, infatti sostengono entrambi lo sviluppo dell’energia nucleare, riguardo alla quale Obama nel corso di questi anni ha rivisto in modo considerevole la propria posizione inizialmente contraria.

Anche per il carbone sono entrambi favorevoli al cosiddetto “carbone pulito” e alla sperimentazione del Carbon capture storage ovvero il confinamento geologico dell’anidride carbonica (CO2) prodotta da grandi impianti di combustione

RUOLO DELL’AGENZIA NAZIONALE DELL’AMBIENTE
Obama ha sin dall’inizio del suo mandato riabilitato l’Agenzia che nel corso della precedente amministrazione Bush era in buona parte stata limitata nella propria attività se non addirittura bloccata. Dopo il fallimento della legge sul clima nel 2010 l’agenzia ha comunque proposte regole per limitare le emissioni delle centrali elettriche costringendo alcune centrali a carbone alla chiusura perché troppo inquinanti.

Romney ha, sulla scia di quanto già indicato dal George Bush, imputato all’Agenzia un ruolo troppo invasivo indicandola come un ostacolo allo sviluppo economico degli Stati Uniti e si propone di rimuovere i “regolamenti anticarbone”.

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Piano energetico, noi faremo come la Svizzera?

di Mario Agostinelli – Il Fatto Quotidiano on line

Siamo un po’ al paradosso. Mentre il Governo Monti-Passera fa uscire di soppiatto dalle sue stanze unpiano energetico nazionale che guarda al passato (e che impudentemente assicura di sottoporre ad “ampia verifica”), un Paese conservatore, autonomo rispetto all’Ue e fino a ieri moderatamente filonucleare come la Svizzera, mette in consultazione una suastrategia energetica al 2050. E opta per un cambiamento radicale dell’intero sistema, ritenuto necessario dopo la decisione di abbandonare l’atomo.

Paragonare il piccolo Paese elvetico all’Italia dei “tecnici” mi serve anche per interloquire con i molti commenti riservati al mio blog. Commenti che arricchiscono i miei post rendendoli assai più problematici e articolati di quanto siano in partenza e a cui non posso rispondere direttamente senza ulteriormente frammentare la discussione. Perciò provo a replicare a talune critiche o perplessità ricorrendo a riscontri insospettabili e a prima vista sorprendenti.

È il caso dell’orizzonte energetico con cui si sta misurando la Svizzera e che rende un po’ desuete le presunzioni dei sostenitori inflessibili del nucleare, dei fossili, della continuità del vecchio sistema. Si tratta di un Paese moderno, con un alto tenore di vita ed elevati consumi, con un’abbondanza della fonte idrica, ma non certo favorito quanto lo siamo noi per l’abbondanza delle altre fonti energetiche naturali. In passato, la Svizzera aveva ritenuto risolutivo il ricorso all’energia nucleare. Una riflessione critica dopo Fukushima ha finito col buttare all’aria le carte di una strategia più che consolidata e refrattaria a cambiamenti radicali.

La consigliera federale Doris Leuthard, relatrice del piano energetico, ha stupito più di un osservatore. Nel suo rapporto all’organismo parlamentare ha esordito dicendo che “a livello mondiale abbiamo prezzi molto volatili di fronte ad un aumento della domanda di energia. Dal 2001 il solo prezzo del barile di petrolio è salito da 83 agli attuali 125 dollari, con conseguente aumento del prezzo del gas e delle energie convenzionali. Nello stesso tempo vediamo che le energie alternative costano sempre meno, ma sono ancora relativamente care e vanno quindi sostenute” (Corriere del Ticino, 29 settembre 2012). E ha aggiunto che, con la decisione di abbandono del nucleare, “non resta che puntare decisamente su una graduale trasformazione del sistema energetico attuale”. Esattamente il contrario della proposta Passera che tende al rilancio delle trivellazioni e alla costituzione di un “hub del gas” che saturerebbe l’Italia di tubi, rigassificatori e depositi di fonti fossili.

La strategia elvetica risulta molto chiara: riduzione del consumo pro-capite di energia complessivamente del 35% entro il 2035 (del 50% per combustibili e carburanti); risanamento degli edifici con inasprimento degli standard; prescrizioni sulle emissioni di CO2 delle automobili (al 2020 massimo di 95 gr CO2/Km); sostituzione delle fonti fossili con le rinnovabili nei settori del riscaldamento e della produzione di elettricità; diffusione delle “smart grid” per consentire un ricorso più efficiente all’autoproduzione e alla generazione decentrata di elettricità. È significativo soprattutto il collegamento tra la politica energetica e quella climatica, con il varo di una riforma fiscale ecologica che accorpa in un’unica tassa sull’energia la tassa sulla CO2 e quella per immettere in rete l’elettricità e il calore autoprodotti.

La consultazione a livello statale durerà 8 mesi. Una volta noti i risultati, si aprirà il dibattito parlamentare con un contraddittorio e una pubblicità assicurata da un protocollo rigoroso per radio e televisioni statali. Da noi ci si limita ad annunciare imprecisate consultazioni online sulla bozza Passera –  tutt’ora semiprivata – con formulari predisposti in forma di quesito secco, a cui si potrà rispondere con la stessa aspettativa con cui si imbuca una lettera per un destinatario che non è tenuto a rimandare la ricevuta di ritorno.

Una volta, forse con un po’ di ingenuità, per rivendicare le otto ore di lavoro si cantava “e noi faremo… come la Russia!”. Mai ci saremmo aspettati di rivendicare democrazia energetica e giustizia climatica sospirando “e noi faremo come la Svizzera!”

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19 settembre: discussione a Milano

Dopo la decisione del Sol Levante di uscire dall’atomo: europei, non vinciamo alla maniera dei giapponesi! Preveniamo nuovi disastri più che probabili con i 197 reattori funzionanti!

Il lavoro per un network antinucleare europeo.

Mercoledi 19 settembre 2012, ore 18.00 – 20.00

Discussione presso lo Spazio Kronos – via Borsieri, 12 Milano

 

testo a cura di Alfonso Navarra, vice presidente di Energia Felice

La nuova Strategia energetica nazionale-SEN avrebbe deciso che il Giappone chiuderà con il nucleare entro 30 anni, quindi nel 2040 (all’incirca). Possiamo confessare che è un risultato che ha sorpreso molti ecopacifisti “scafati”: non ci aspettavamo tanto presto una simile vittoria del movimento antinucleare e della gente.
Ed è, vogliamo sottolinearlo, una vittoria di tutti coloro che hanno a cuore un mondo più pulito e pacifico.
Una vittoria quindi anche per gli “italiani” in quanto esseri umani in carne ed ossa; e di gran lunga più importante, proprio per noi italiani – si può ritenere – della conservazione di qualche posto di lavoro nel settore carbonifero, per la quale vengono a chiederci “solidarietà” (?).

Il nostro ringraziamento va pertanto agli attivisti giapponesi che, rintuzzando le manovre della lobby atomico-militare e difendendo le ragioni della salute e della sicurezza collettiva, hanno animato ed organizzato le grandi manifestazioni di questi mesi (vedi le massicce, ripetute, continue mobilitazioni locali, vedi i 250.000 che hanno sfilato a Tokyo nello scorso luglio). Il nostro pensiero e la nostra gratitudine vanno anche a Yukari Saito ed al centro “Semi sotto la neve” che, con l’aiuto di Angelo Baracca, ci hanno sollecitato, in Italia, a “non dimenticare Fukushima” e a seguire e sostenere la lotta del popolo giapponese per farla finita con il nucleare.

Il grande disastro di Fukushima, quello che secondo gli “esperti” alla Veronesi e ed alla Ricotti non sarebbe mai potuto accadere, ha quindi fatto “rinsavire”, dal nostro punto di vista, il terzo grande Paese, dopo Germania e Svizzera. Ma, a pensarci bene, possiamo aggiungere anche l’Italia nell’elenco, grazie al referendum del giugno 2011!

(Stiamo invece molto attenti a parlare di ripensamenti da parte della Francia: Hollande, subentrato a Sarkozy, si impegna a chiudere il “catorcio” di Fesseneheim solo nel 2017 (questa centrale solo pochi giorni fa ha subito un incidente di una certa rilevanza) e promette che il peso del nucleare si ridurrà al 50% nel 2050, rispetto al 75% previsto dal suo predecessore!)

Il Giappone è stato il Paese più tragicamente toccato dall’incidente ma anche quello, al contempo, nel quale la lobby atomica, ben rappresentata al governo, aveva dispiegato una strenua resistenza nei confronti di un’opinione pubblica giustamente sempre più arrabbiata. E’ stata molto significativa, in proposito la vicenda della contrastatissima riaccensione dei reattori di Ohi (gli unici attualmente rientrati in funzione dopo lo spegnimento degli altri 52 per verifiche sulla sicurezza).

La stampa riportava e riporta sondaggi per i quali l’80% dei giapponesi sarebbe decisamente contraria al riavvio delle centrali e quello che meraviglia è che siano così pochi dopo le notizie terrificanti che appaiono sui media locali. Ce ne riferisce, ad esempio, il quotidiano della Confindustria italiana del 15 settembre, in un articolo a firma di Marco Magrini (vedi file allegato): «Aiuti internazionali per evitare un incendio al reattore 4», recitava un titolo del Japan Times di una settimana fa. L’articolo racconta della drammatica situazione al reattore numero quattro di Fukushima, l’unico che era spento al momento dello tsunami. «Il combustibile esausto nell’unità 4 è un drago che dorme», sentenzia Arnie Gundersen, un ingegnere nucleare e attivista americano, che due settimana fa ha incontrato membri del Parlamento di Tokyo per levare l’allarme: il reattore è devastato e 1.500 barre di cesio, ricoperte di una lega di zirconio che brucia a contatto dell’aria, rischiano di causare un’esplosione. Finora, la Tepco – la disgraziata società che gestisce la centrale – ha rimosso due barre sole. Dice che comincerà a fare il resto l’anno prossimo, e finirà in tre anni. Non basta questo, a cambiare il vento dell’opinione pubblica?».

L’articolo prosegue: «Chi è favorevole al nucleare, ripete che quella resta l’energia più conveniente che c’è. Ma per favore, non ditelo ai giapponesi. Il premier Noda ha detto che il paese spenderà almeno mille miliardi di yen (10 miliardi di euro) per decontaminare 29 milioni di metri cubi di terreno. Ma quelle sono noccioline. Lo stesso governo calcola che ci vorranno quarant’anni per rammendare lo strappo di Fukushima. E, secondo Tatsuhiko Kodama del’Università di Tokyo, il costo finale si aggirerà sui 50mila miliardi di yen, 503 miliardi di euro. Mai ci fu bolletta più cara.»

Quanti morti farà Fukushima, allo stato attuale, cioè se si riuscirà ad evitare il peggio, che forse, lo ammette lo stesso Sole 24 Ore, deve ancora arrivare? Per quanto riguarda le conseguenze ambientali, citiamo quanto riportato su Wikipedia, e quindi a disposizione anche del più sprovveduto web-surfer: “La natura e pericolosità della contaminazione di Fukushima,  non può propriamente essere comparata a quella del disastro di Chernobyl per due ragioni: in primo luogo, la maggior parte della contaminazione è di natura sotterranea: per prevenire il surriscaldamento di noccioli e piscine di stoccaggio, è necessaria una continua immissione di acqua di raffreddamento che si disperde nel sottosuolo, attraverso le crepe aperte dal terremoto. La seconda differenza critica rispetto a Chernobyl è che questo fu sigillato dentro ad un sarcofago in un limitato lasso di tempo, mentre a Fukushima questa soluzione è impraticabile; la contaminazione sta procedendo ininterrottamente fin dal primo giorno, e durerà ancora per un imprecisato numero di anni, secondo certe stime, e se non avvengono crisi sistemiche nell’economia del Giappone, dai 10 ai 20 anni. E’ ancora incerto quale tipo di percorso possa seguire la massa d’acqua radioattiva attraverso le falde freatiche della regione: di certo un gran parte si riversa continuamente in mare, ed una parte si diffonde nell’entroterra. Della data del 22 agosto 2012 è la notizia che da misurazioni su pesce catturato nella regione, sono stati rilevati elevatissimi tassi di radioattività presenti nelle carni, tali da suggerire il blocco della distribuzione di pesce”.

Per quanto riguarda più specificamente la mortalità nei prossimi decenni (i cancri ci mettono il loro tempo a svilupparsi), teniamo presente che Greenpeace calcolò per Chernobyl 500.000 morti in giro per il mondo (stima esagerata? forse per niente affatto), e qui siamo di fronte a qualcosa di molto più grave, con – come si è detto – nuovi, possibili, sviluppi catastrofici.

Ma torniamo ai festeggiamenti per la vittoria. Non tutto è limpido, nelle “flessibili” dichiarazioni del premier Noda. Ma il tabù è stato finalmente infranto: sarà pure elettoralismo, sarà pure un calendario “a passo di lumaca”, ma il governo giapponese dice, nero su bianco, che “deve essere chiaro che il nostro obiettivo è l’uscita”. Prima del disastro di Fukushima, si puntava addirittura a soddisfare con l’atomo oltre metà del fabbisogno elettrico, scusate se è poco! Le centrali oggi ferme si tenterà, ovviamente, di riaprirle (previ test sulla sicurezza). Addirittura non si fermerà la messa in pratica dei progetti già approvati!

Aggiungiamo, ad esempio di quanto sostenuto, questa interessante notizia, del 15 settembre, che riportiamo per intero, tratta da www.lastampa.it : “Il governo giapponese, che aveva annunciato ieri la progressiva fine della produzione nucleare entro i prossimi 30 anni, ha fatto sapere oggi che non ha intenzione di revocare la licenza per la costruzione di tre nuovi reattori già in cantiere. “Non pensiamo di ritirare il permesso già accordato dal ministero”, ha dichiarato il ministro dell’Economia, del Commercio e dell’Industria, Yukio Edano. Due dei tre reattori in questione sono in costruzione ad Aomori, nel nord del paese, dove il ministro è stato ieri in visita. Edano ha comunque precisato che, una volta costruiti, l’attività dei tre reattori sarà sottoposta all’approvazione di un’apposita Commissione creata dal governo per il controllo dell’industria nucleare”.

L’obiettivo del Giappone ora è quello di triplicare il suo utilizzo di energie rinnovabili, arrivando al 30% del totale. Ma bisogna anche continuare il percorso di razionalizzazione del consumo di energia, e, nell’immediato, altra faccia della medaglia, anche aumentare le importazioni di petrolio, carbone e gas naturale.
Secondo i calcoli (finti, si ha l’impressione) del governo giapponese, l’addio al nucleare aumenterà di circa 40 miliardi di dollari Usa la spesa per importare petrolio e carbone. Intanto, per portare la produzione nucleare a zero nel 2034, il Paese seguirà tre principi: no a nuovi reattori (ma, a quanto pare, si salvano le nuove licenze già concesse), smantellamento di quelli con più di 40 anni di vita, non accettare il riavvio di impianti sospesi se non dopo esami sulla loro sicurezza condotti da “autorità ad hoc”.

Siamo intervenuti, a nome dell’Associazione Energia Felice, al Seminario, svoltosi a Milano nei giorni scorsi (13-14-15 settembre), per preparare il Forum Sociale Europeo di novembre a Firenze, rivolgendo un invito ai movimenti partecipanti: diamoci da fare, in Europa, per non finire vincitori alla maniera dei giapponesi!
L’esposizione al rischio atomico continua in Giappone ma continua anche in Europa, dove sono attivi ben 197 reattori “civili”. Cosa ci rende così sicuri del fatto che noi siamo al riparo da catastrofi tipo Chernobyl o Fukushima? Il fatto forse che noi europei occidentali siamo più tecnologici e scrupolosi nelle misure di salvaguardia e sicurezza dei russi e degli orientali in genere? Ma siamo seri!

Ricordiamo il detto: prevenire è meglio che curare. Agire ex ante è più saggio che pentirsi ex post. Maglio attivi oggi che radioattivi domani. Se lasciamo il fuoco atomico acceso in casa questa prima o poi si incendierà, possiamo scommetterci! La nostra prima preoccupazione deve essere di spegnerlo al più presto, questo fuoco.
E dobbiamo dimostrare la sensatezza di non chiamare menagramo chi ci esorta alla ragionevole e doverosa prudenza! Perché quando avremo la nostra inevitabile Chernobyl o Fukushima europea avremo poi voglia di recriminare: perché non mi ero dato da fare prima?

Anche noi italiani, vediamo di non credere tutto risolto con il risultato referendario del 2011!
Mi è saltata una centrale francese o svizzera a poche decine di Km dal confine: non sarò mica scemo, io valdostano, io piemontese, io lombardo, a restarmene ancora a casa credendo di poter vivere e lavorare in tranquillità (magari per il futuro dei miei figli!) e a non emigrare lasciando in loco tutte le masserizie contaminate?  Perché mi sono accalorato, agitato  e sbracciato per ogni accenno di nuova, futura, discarica di rifiuti tradizionali solo proposta mentre, che so, per la discarica radioattiva già funzionante (si fa per dire) da anni a Saluggia, e che ora, alluvionata come era logico che accadesse, ha reso radioattiva tutta l’acqua del Po e con essa l’intero Mediterraneo, ho continuato a fare orecchie da mercante, come se la cosa riguardasse solo i vercellesi di provincia? Forse che lo stesso Nobel Carlo Rubbia non aveva parlato in proposito di catastrofe annunciata?

No, allora non ho dato retto ai “grilli parlanti” come Rubbia. Per questo mi ritrovo adesso con una moglie più lunatica del solito, con mio figlio che ha strani sintomi… e, osservando le strane chiazze che mi si diffondono sul petto, a dover disperatamente credere ad un governo che mi assicura che è tutto sotto controllo…

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Fermiamo chi scherza col fuoco atomico

A cura di Alfonso Navarra

Noi tiriamo su – ad un anno esatto dalla vittoria referendaria – il 13 giugno 2012, la “Tenda del Sole“. Lo abbiamo deciso ieri, 16 maggio, nella riunione del CAVRA milanese (Comitato per l’attuazione della volontà del referendum antinucleare). A prescindere dal fatto che il Sindaco Pisapia ci incontri o meno (dopo l’abboccamento con Energia Felice il 9 maggio) e che cominci a dar retta alla nostra proposta di Tavolo di partecipazione energetica.

Dobbiamo ribadire, con una iniziativa pubblica, in piazza, non una tantum, che il popolo è sovrano e che esistono oggi 3 obiettivi da portare avanti per concretizzare la sua, la nostra vittoria:

1– chiudere con i piani nucleari in Italia e dall’Italia (vedi Enel e Fimeccanica);

2– garantire la (relativa) sicurezza del “vecchio” nucleare degli anni ’60 – ’70 e ’80, che costituisce una minaccia tuttora incombente;

3– risolvere in modo alternativo i problemi che l’opzione nucleare pretendeva di affrontare, come, per esempio, il rispetto degli impegni di Kyoto e l’emancipazione del nostro Paese dalla dipendenza dei combustibili fossili.

Aggiungiamo pure, cosa non trascurabile in questi momenti di crisi economica, la produzione di energia a costi convenienti e con importanti ricadute occupazionali. Dobbiamo altresì vigilare su manovre europee che rischiano di fare rientrare dalla finestra quello che si è cacciato dalla porta.

Tutto questo parte da Milano, ma deve coinvolgere i livelli nazionale ed internazionale.

E’ altresì essenziale che si colleghino in un discorso ed un’azione coordinata ed unica i movimenti “acqua e sole” perchè la volontà referendaria del popolo italiano, nel combinato disposto di tutti i pronunciamenti, ha individuato un orizzonte condiviso e maggioritario di vero cambiamento: riconoscimento e presa in cura da parte di tutti dei beni comuni naturali, gestione pubblica dei beni pubblici, difesa dello Stato sociale, dei diritti e del Diritto.

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Intervista ad Alfiero Grandi (video)

Mercoledì 9 maggio 2012, Alfiero Grandi, presidente di ARS, ha presentato a Milano il suo libro “Referendum e alternativa politica” (Ed. Ediesse, 2011). In questa intervista ci parla dei contenuti del libro e delle possibilità future del movimento contro il nucleare che ha portato all’eccezionale risultato dei referendum del giugno 2011.

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