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Miti sul nucleare: così si continua a spararla grossa (e si aggirano gli esiti dei referendum)

Mentre dagli Stati Uniti vengono scagliate affermazioni rodomontesche che disorientano un’opinione pubblica già provata, non sembra venir meno anche da noi la propensione a spararle grosse. E’ da qualche settimana che l’intera compagine al governo si cimenta nel sostegno dell’uranio più o meno arricchito (se non addirittura, nascondendolo con dovuta reticenza, del plutonio di interesse militare) come combustibile in reattori piccoli o grandi (ancora non si distingue bene…).

Sia il Ministro dell’Ambiente che il seguito di stampa e di presunti esperti che lo assecondano si cimentano incautamente sulla strada del ciclo radioattivo e, con dati alquanto opinabili, si prodigano per accantonare l’esito dei referendum del 1997 e del 2011. Sicurezza, remuneratività degli investimenti, sostenibilità, energia infinita e a buon mercato costellano i mantra che ci vengono via via ammanniti. Vediamo un po’ di cosa si nutrono i miti sul nucleare incautamente dispensati. Attingendo dati dalle fonti internazionali meglio accreditate (in particolare il Bulletin of Atomic Scientists).

Si fa notare che alla Cop28 i rappresentanti di 25 paesi, guidati dagli Stati Uniti, hanno assunto l’impegno di triplicare al 2050 la disponibilità di energia nucleare. Parrebbe automatico accodare anche l’Italia a tanta impresa. Peccato che ci siano oggi 100 reattori in funzione in Europa, la maggior parte dei quali sono vecchi e che 90 di questi dovranno essere chiusi entro il 2050. Quindi, avremmo bisogno nel solo vecchio continente di 90 nuovi reattori solo per mantenere l’energia nucleare al suo livello attuale e, per triplicarlo, di 300 nuovi reattori, con la connessione di 15 nuovi grandi reattori in Europa ogni anno dal 2030 al 2050.

C’è posto per l’Italia in tanta impresa? Tanto più se si osserva che l’aumento di potenza di tutte le centrali nucleari nel mondo negli ultimi vent’anni, dal 2004 al 2023, è stato pari a un totale di 7 GW e che nello stesso periodo, la capacità delle centrali solari nel mondo è cresciuta di 1643 GW, passando da 7 GW a 1650 GW.

La spiegazione è chiara: le rinnovabili meglio e più velocemente del nucleare competono per tenere a freno la catastrofe climatica: basta confrontare i tempi di realizzazione e la curva di apprendimento delle due tecnologie a totale vantaggio della prima.

L’uranio non è una risorsa abbondante, anzi, e in Italia sarebbe tutta d’importazione. In Europa attualmente non esiste più una miniera di uranio operativa e la capacità di arricchimento del combustibile dovrebbe essere acquisita fuori dai nostri confini. Ma si è valutato chi vorrebbe investire in Occidente in una tecnologia non più sulla cresta dell’onda?

E’ pur vero che la tassonomia Ue purtroppo classifica l’energia nucleare come una risorsa “ecologicamente sostenibile”, ma per rientrare in questa categoria il Paese che ospitasse gli impianti dovrebbe attivare un fondo per la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito e un fondo per lo smantellamento delle centrali nucleari, oltre ad assicurare un deposito già operativo per i rifiuti di bassa e media attività (LILW) e un deposito funzionante entro il 2050 per i rifiuti di alta attività e il combustibile nucleare esaurito. E come si ottempera a questi vincoli in Italia?

Le centrali nucleari si costruiscono in un lasso di tempo non compatibile con l’urgenza climatica e con l’assorbimento di risorse finanziarie così ingenti da avere un costo corrente elevato e pesare sul debito di molte generazioni future. Il reattore EPR della società francese Areva in Finlandia, Olkiluoto 3, è in costruzione da 18 anni; lo stesso reattore a Flamanville in Francia è arrivato all’avvio dopo 17 anni, mentre per Hinkley Point C nel Regno Unito è previsto il completamento della costruzione nel 2031: il che significa 21 anni dalla decisione del governo e 14 anni dall’inizio della costruzione.

Per il reattore francese il prezzo del contratto era di 3 miliardi di euro, mentre la stima del completamento è sui 30 miliardi di euro; gli impianti di Hinkley Point C costeranno 36 miliardi di sterline (43,4 miliardi di euro) ai prezzi del 2015, o 57,7 miliardi di euro ai prezzi odierni. Si capisce perché il ddl del governo sul “nucleare sostenibile” lasci trapelare aiuti pubblici e taccia sullo scarico sulle bollette.

Ma – si dirà – l’Italia punta agli Smr, i piccoli reattori nucleari: ebbene, il prezzo del nuovo Smr BWRX-300 da soli 300 MWe di GE-Hitachi, raggiungerà i 5,4 miliardi di dollari più interessi quando sarà forse costruito nel 2033. Quanto costeranno allora i moduli per sostenere i data center sparsi in tutta Italia che il governo fa trapelare interessati all’atomo?

In quanto ai costi d’esercizio (e al pagamento delle bollette!) va ricordato che è vero che per la centrale nucleare di Krško, vecchia di 43 anni, il prezzo interno dell’impianto era di 34 euro/MWh nel 2022 più 12 euro/MWh per il fondo di smantellamento, i rifiuti LIL e il combustibile nucleare esaurito, per un totale di 55 euro/MWh. Ma si tratta di un impianto largamente ammortizzato, mentre il prezzo dell’elettricità pubblicato per la nuova centrale nucleare di Hinkley Point C è di £ 92,5/MWh ai prezzi del 2012. Ai prezzi odierni, questo stesso prezzo è di £ 136,9/MWh o 159,55 Eur/MWh. Questo prezzo sarà molto più alto entro il 2030.

Secondo il rapporto di Draghi “Il futuro della competitività europea” del settembre 2024, l’elettricità dalle nuove centrali nucleari è aumentata di prezzo del 46% da 123 $/MWh nel 2009 a 180 $/MWh nel 2023. Confrontiamolo allora con il costo livellato dell’energia (Lcoe) nel 2019 di 53 $/MWh per l’elettricità prodotta dall’energia eolica terrestre e di 68 $/MWh per quella fotovoltaica! Per gli Smr tuttora non esistenti la previsione di costo si aggira attorno a 180-260 euro a MWh.

Il nucleare richiederà sostanziali riduzioni dei costi prima che valga la pena di investire, indipendentemente dal fatto che il suo beneficio in termini di energia pulita venga considerato o meno, dato il vantaggio delle rinnovabili rese continue dagli storage avanzati.

In questo post, peraltro, si è trascurato l’aspetto più inquietante: l’assoluta mancanza di progressi decisivi nella tecnologia nucleare che la possano definire di nuova generazione (IV generazione?!). Dove sta allora il superamento dei referendum, per lanciarsi in una avventura fallimentare anche sul piano dei costi e delle prospettive a breve e lungo termine?

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Il fascino indiscreto del nucleare: l’operazione del governo Meloni è debole e spericolata

Il governo italiano è confuso, irretito e in alcune sue componenti perfino ammaliato dalla tempesta che Donald Trump sta scatenando in ogni consesso in cui la sua protervia e cattiveria danno prova di penetrazione, se non di sfondamento. Qui vorrei trattarne le implicazioni sul terreno della transizione energetica, da lui ampiamente frenata con un surplus di arroganza nei confronti di quanti hanno subito danni e catastrofi per l’origine antropica dei cambiamenti climatici.

A conferma di questa premessa proverò a portare alla luce quella che si rivela come la debole strategia di Pichetto Fratin e di Giorgia Meloni mutuata dal favore del tycoon per portare il Paese forse ad un nuovo referendum sul nucleare, anziché ad un cambio di paradigma nell’emergenza in cui ci troviamo. Con questo proposito riduco le osservazioni che seguono al collegamento tra la mancia sulle bollette elettriche del decreto del 28 febbraio e la pretesa di una riedizione del ritorno al nucleare, non a caso presentate l’una e l’altra contemporaneamente con la stessa impronta irrealistica, inconcludente, mistificatoria.

Dico subito che il decreto sulle bollette non lascerà certo segni se non per un intervento provvisorio a valle di un processo che vede il prezzo dell’energia per lo più ancorato a quello del gas, anziché a quello inferiore delle rinnovabili. Lo svantaggio odierno del caro bollette rischia di protrarsi nel futuro immediato per via di scelte di fondo che vorrebbero in Italia la costituzione di un hub del metano per tutta l’Europa, quando tutti i Paesi guardano con sospetto i prezzi del gas liquido (Gnl) che l’amico americano vuole imporre ai sudditi europei che più ne hanno fatto scorta. Figurarsi poi se per il futuro meno prossimo si agita l’immagine stinta del nucleare riverniciato del titolo di una IV generazione che non esiste affatto e che, se fosse realizzata, porterebbe il costo del Kwh addirittura più vicino ai 200€/Mwh che non ai 170 dei reattori maturi. Un costo triplo rispetto ai 50€/Mwh delle rinnovabili, rese continue dall’assistenza soprattutto di pompaggi, oltre a batterie e idrogeno verde, al costo di soli 10€/Mwh aggiuntivi.

Chi pagherebbe se non intere generazioni vincolate da una servitù garantita dallo Stato e non certo dalla Confindustria, che oggi si schiera per l’atomo sotto la spoglia della “neutralità tecnologica”? Forse, dietro all’impossibile nucleare al 2030 si nasconde uno storno dell’opinione pubblica dal mancato prelievo degli extra profitti delle aziende energetiche, che fanno il prezzo delle bollette in base al mix energetico previsto da una timida programmazione nazionale, ostile ancor oggi al passaggio dai fossili al sole, al vento, all’acqua.

Per chiarire l’imbroglio a due facce, occorre sapere che tra il 2021 e il 2023 gli operatori del settore hanno incassato utili per circa 19 miliardi all’anno (+175% rispetto all’anno pre-pandemico), mentre l’Associazione Federconsumatori stima aumenti in bolletta nel 2025 per circa mille euro in più a famiglia, mentre in quattro anni il prezzo dell’energia è triplicato.

Occorre con molta attenzione svelare il fascino indiscreto che ha oggi il ricorso al nucleare, per inquadrare questa operazione spericolata del governo Meloni nel contesto della crisi dell’Occidente e della svolta anche culturale che proviene da un ruolo taumaturgico affidato all’Intelligenza Artificiale, che dovrebbe disegnare il futuro in base ad una elaborazione statistica su immense moli di dati del presente, raccolti in bacini esclusivamente governati dal mercato e da imprese private e implicanti considerevoli consumi di energia per 8000 ore all’anno e 7 giorni su 7. Risulta agevole, in questo contesto e nella cultura imprenditoriale, scivolare senza remore verso un ordine di energia incompatibile con i processi del vivente come è quello originato dalla fissione atomica. La si vorrebbe distribuita sul territorio in impianti di piccola taglia (SMR ed AMR), che con il loro eventuale impiego muterebbero il modello di controllo di una fonte centralizzata e relativamente isolata dalla popolazione – come è il caso del nucleare di potenza – e porterebbero altresì ad una dispersione delle scorie, ad un tempo di vita dipendente dal successo del particolare prodotto cui la nuova tecnologia è dedicata (con necessità di costosissimi decommissioning più frequenti) e infine ad una militarizzazione forzata del territorio. La documentata fame di energia dell’IA si scontrerebbe inoltre con i limiti della sua produzione: l’energia fossile, infatti, non è sufficiente ad alimentare le mega fattorie digitali, mentre quella nucleare è ambientalmente insostenibile e troppo cara rispetto alle rinnovabili assistite da accumuli in una dimensione comunitaria.

Se, infine, gli impianti nucleari – come afferma il Ministro dell’Ambiente – devono anche funzionare da complementari a quelli solari ed eolici, dovrebbero essere destinati ad essere continuamente modulati per fornire istante per istante la differenza fra la domanda e la produzione di sole e vento e quindi a funzionare la maggior parte del tempo a potenza ridotta. Per di più, nella previsione, pure contenuta nel ddl di una produzione nucleare che arriverebbe dall’11 al 22% del totale (e quindi con il 78-89% prodotto dalle rinnovabili), nelle mezze stagioni e in estate molto spesso la produzione da fonte rinnovabile supererebbe la domanda, e quella nucleare risulterebbe la tecnologia intrinsecamente meno adatta a compensare la variabilità delle fonti rinnovabili

Nonostante in tutti i Paesi dell’Occidente si sia persa la possibilità di costruire centrali nucleari nei tempi e nel budget previsti, gli interessi delle alleanze – al fondo militari – fanno accodare il nostro governo ad una ipotesi irrealistica e perniciosa. L’informazione – e la conseguente partecipazione democratica che viene non a caso depotenziata – sommergerà l’imbroglio silenzioso e ne farà giustizia alla luce del sole, del vento e dell’acqua.

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Perché il cosiddetto nucleare sostenibile è uno schiaffo alla nostra intelligenza

Siamo, per la prima volta e contemporaneamente, al cospetto di una catastrofe climatica, di una guerra mondiale a pezzi – con lo spettro dell’arma nucleare sullo sfondo – e di una disuguaglianza sociale crescente che prospera nel declino della democrazia. L’elezione di Trump, la sua repentina sussunzione del potere in chiave personalistica, assieme all’affidamento a Musk di un ruolo incontrastato nell’amministrazione del potere negli Stati Uniti, costituisce una svolta inedita con cui dobbiamo fare i conti. Lo Stato legislativo viene spodestato dallo Stato governativo, il diritto internazionale non è più il perimetro dell’azione politica entro cui tarare i confini della legge, sottomessa invece ad una ideologia intollerabile, che annulla il conflitto tra economico e sociale in una dilatazione del comando del privato.

Se il caso statunitense, già prefigurato da Capitol Hill, assume le sembianze di un autentico colpo di stato, i riflessi causati in Occidente si fanno inopinatamente conseguenti, come sta a dimostrare l’involuzione cui le istituzioni del nostro Paese sono sottoposte da Meloni e dalla maggioranza di governo in tutte le sue articolazioni. Di seguito, trasferisco il disagio sociale che va maturando al caso della incredibile riedizione nazionale del ritorno al nucleare, anch’esso paradigmatico di una operazione eversiva sul piano democratico e culturale, condotta con spregiudicatezza da Pichetto Fratin e dalla Confindustria, al riparo del vento che gli “Hyperscaler” Usa delle Big Tech – Amazon, Google, Microsoft, Meta – assiemati dal Presidente Trump vanno soffiando sotto la specie accattivante dello sviluppo dell’Intelligenza Artificiale.

Innanzitutto, il ritorno del nucleare in Italia ha un aspetto paradossale: quello di un richiamo per entrare fra dieci, quindici anni nel club dei dipendenti dalle riserve di uranio, che sono sottoposte ai controlli delle alleanze militari e ledono l’autonomia energetica nell’epoca delle guerre mondiali a pezzi. Il governo gioca d’azzardo sulla mancanza di dibattito pubblico: regole per i nuovi impianti nucleari entro fino anno, fine del processo normativo nel 2025, già dal 2030 le prime autorizzazioni all’insediamento di reattori. Il ddl presentato il 23 gennaio 2025 nella relazione illustrativa rilancia gli scenari modificati nel Pniec, secondo i quali al 2050 l’atomo potrà coprire tra l’11% e il 22% della domanda, con 8-16 GW di capacità nucleare installata.

Una politica industriale miope si scuote con la riemersione delle vecchie lobby a partecipazione pubblica (Eni, Enel, Terna, Sogin), che tornano a dominare il panorama energetico italiano, dando fiato alle posizioni di Confindustria ispirate alla “neutralità tecnologica” giustamente posta in discussione dalla Cgil. L’ispirazione di fondo è che i data center delle compagnie di informatica possano diventare un segmento di mercato significativo per lo sviluppo di piccoli reattori nucleari e di reattori modulari avanzati (Smr e più in là Amr), magari da collocare direttamente nelle aziende e che non saranno in grado di fornire elettroni alla rete prima di quindici anni.

Lo sviluppo dell’IA, in definitiva, assume un ruolo rilevantissimo e funge da attrattore nella prospettiva di una rivalutazione del nucleare diffuso di piccola taglia, impunemente definito di “quarta generazione” (una specifica di innovazione e di sicurezza, non una particolare macchina, pur se ancora imprecisa nella definizione) anche quando quelle degli Smr sono solo innovazioni di riduzione delle dimensioni dei reattori della “terza” oggi in declino di realizzazione. L’accoppiata IA+Smr richiederebbe un aumento di consumi elettrici rilevante, dato che l’aumento medio per l’elaborazione e il raffreddamento dei sistemi ad apprendimento automatico è valutato dell’ordine del 43% in più rispetto agli analoghi sistemi di computazione tradizionale. Ad oggi si stima che i data center consumino già tra l’1 e il 2% dell’elettricità mondiale, ma l’ascesa di strumenti come ChatGpt e l’alleanza degli Hyperscaler statunitensi prevista da Musk innescano previsioni del consumo energetico globale che potrebbe aumentare decisamente e irreversibilmente.

Occorre poi considerare che la tecnologia in esame richiede un processo più lento di quanto non si dica, anche in ragione del fatto che l’eventuale processo normativo non ha tempi oggi prevedibili. Inoltre, nulla sappiamo della loro curva di apprendimento, mentre è nota quella delle rinnovabili con accumulo con cui dovranno competere e che sono invece l’effettivo bersaglio dell’agitazione pro-atomo.

Inoltre, oltre alla necessità di impiegare una percentuale di Uranio 235 più alta di quella usata nei grandi reattori (e quindi una procedura più vincolante per i fornitori sottoposti a controlli militari), per quanto riguarda i rifiuti e le dismissioni dell’impianto, l’incertezza oggi niente affatto dissipata dal mondo scientifico ostacola il processo decisionale a lungo termine. In effetti, in particolare per gli Amr, i combustibili previsti nel funzionamento sono spesso nuovi, il che significa che i rifiuti di combustibile esaurito sono poco compresi, in alcuni casi completamente sconosciuti e con aumenti di volume di prodotti di scarto molto preoccupanti, che richiedo costi ed oneri aggiuntivi. Per di più, oggi l’elettricità prodotta da nuove centrali nucleari in Europa (con le tecnologie mature esistenti) arriva a 170$/MWh, contro i 50$/MWh del fotovoltaico, stimata da una recente analisi, mentre il fotovoltaico con batterie ha già raggiunto un costo tra 60 e 108€/MWh, secondo il Fraunhofer Institute. Le nuove tecnologie nucleari come gli Smr produrranno a circa 90-110 €/MWh, se e quando raggiungeranno la maturità commerciale.

Non c’è ragione per una opzione nucleare in opposizione alle rinnovabili, oltre all’ideologia di crescita a tutti i costi di un nuovo capitalismo che inquina la democrazia. Il cosiddetto “nucleare sostenibile” è uno schiaffo alla nostra intelligenza e il dibattito che è necessario avviare sgombrerà il campo dall’equivoco.

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Pastiglie allo iodio anti-radiazioni e guerre dirette con l’AI: come non essere pessimisti?

Florian Illies nel suo 1913 descrive lo scivolamento dell’Europa verso il baratro, costellato da frivolezze, superficialità, rimozioni, noncuranza dello spezzarsi della vita per mano della guerra mondiale in arrivo. Anche noi, 40 anni dopo, potremmo vivere un tempo in cui ci si appressa alla guerra – questa volta definitiva – scordandoci di essere una specie in pericolo, mentre aspiriamo ad essere vincitori o vinti in una competizione insensata, che risucchia la gran parte delle risorse anche morali di cui disponiamo.

Quale dovrebbe essere il nostro compito ce lo indicano altresì il cambiamento climatico, la minaccia nucleare, l’estendersi dell’ingiustizia sociale, ma da questo lato non ci mettiamo in ascolto. Anzi, proprio in questi mesi scorre a profusione la banalizzazione del rischio o la colpevolizzazione del nemico di turno: si ragiona per blocchi di appartenenza, alleanze militari, massacri per tutelare i confini e perfino l’Europa, che dopo il 1945 si era dotata di Costituzioni di democrazia sociale, ha perso la voce.

Così arrivano notizie impensabili, ma segno di uno smarrimento della misura. Bresciaoggi del 28 Novembre annuncia l’aumento delle scorte di iodio nei depositi della provincia in previsione di un attacco nucleare. In effetti La Regione Lombardia ha pubblicato il 30 ottobre 2024 sul sito una delibera rivolta ai cittadini con cui dispone di “istituire 30 microdepositi sul territorio regionale dedicati allo stoccaggio di Ioduro di potassio“, sotto il titolo “Emergenza Ucraina – eventuale rischio nucleare: no a farmaci fai da te” (è noto come lo iodio – un palliativo a fronte di ben altri effetti – assista il funzionamento della tiroide nel caso di una eventuale esposizione a radiazioni. Anche se i danni sono concreti).

La disposizione non riproduce più quella degli anni precedenti per contrastare eventuale radioattività nell’aria, ma viene emessa in previsione di azioni ostili rivolte contro la popolazione: nello specifico, “in considerazione delle crescenti preoccupazioni per il potenziale rilascio di sostanze radioattive causate dagli scontri in Ucraina”. Per un bresciano è evidente la connessione tra un attacco missilistico russo e il grande deposito di bombe nucleari americano a Ghedi – in provincia – da poco ammodernate e rese aviotrasportabili. L’allusione è resa plastica dallo sfondo del sito che riporta la bandiera giallo-blu.

L’Asst del Garda (che gestisce gli ospedali di Desenzano, Gavardo e Manerbio) ha convocato per il 17 dicembre, con lettera firmata dalla direzione sanitaria, una riunione di “dirigenti medici e amministrativi, farmacisti, autisti di collegamento e operatori di magazzino» che ha per oggetto “Microdepositi di ioduro di potassio”, precisando nella stessa lettera che si tratta di un “antidoto da distribuire alla popolazione e agli operatori in caso di evento nucleare avverso”, in attuazione delle ultime disposizioni statali e regionali.
Certamente, non mette di buon umore che si stia facendo scorta di farmaci utili nel malaugurato caso di un’esposizione di massa a radiazioni nucleari: potrebbe voler dire anche che la percezione del rischio, ai piani alti delle istituzioni è aumentata, oppure, che si vuole disporre la popolazione ad un’ulteriore avversione verso in nemico russo e che potremmo essere alla preparazione di una fase molto operativa.

Occorrerebbe invece ragionare di quanto sia improvvida ed azzardata la decisione europea di inviare nostri missili che possano colpire il territorio moscovita, dando luogo ad azioni di risposta che stanno nell’ordine spaventoso della strategia del First strike, ormai sdoganata dai due grandi imperi in guerra per procura.

L’allarme, che si continua a sottovalutare, proviene perfino da un insospettabile e prestigioso esperto, come il francescano Benanti, che fa parte della Commissione nazionale per l’intelligenza artificiale, il quale, inopinatamente, pubblica sul Sole 24 ore dell’11 dicembre un articolo insolito per chi lo segue nelle sue frequenti valutazioni: “La guerra cognitiva della Cina: Pechino e l’arma manipolatoria dell’algoritmo”.

Prendendo spunto da un articolo pubblicato nel 2023 sulla rivista Information Security and CommunicationsPrivacy, una pubblicazione supervisionata dal Ministero dell’Industria e della Sicurezza Informatica cinese, l’esperto delinea un quadro chiaro su come gli algoritmi “potenziano” ogni fase di un’operazione cognitiva in un modello che profila il pubblico di destinazione, ne cattura l’attenzione e le esigenze psicologiche, prevede l’utilizzo di manipolazioni degli algoritmi per amplificare e promuovere narrazioni specifiche, raggruppa individui con opinioni simili in ”bolle informative” e li sprona ad interventi tempestivi che le facciano evolvere nella direzione desiderata. “Guerra cognitiva algoritmica teorizzata e strutturata da studiosi militari e politici cinesi”: i prossimi nemici.

Il pessimismo sembra contagiare perfino un eccellente e pacato analista geopolitico: Lucio Caracciolo che nell’ultimo numero di Limes definisce fallimentare la lotta contro il cambiamento climatico e mette in competizione i tempi della sopravvivenza con quelli che ci lascia a disposizione la guerra definitiva: quella nucleare.

Credo che queste opinioni pessimiste vadano accolte con preoccupazione e con tutte le forze rinnovate da chi si riorganizza per la pace. In fondo come scrive Ivan Illich: “la speranza di sopravvivenza umana risiede nella sua forza sociale”.

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Da Meloni a Pichetto Fratin, il ritorno al nucleare avanza sotto silenzio

Si potrebbe assai bene adattare la celebre canzone di Gino Paoli alle esternazioni dei nostri governanti che, mentre si stava consumando il fallimento della Cop di Baku, davano credito sui media ad opzioni energetiche irrisolte, indeterminate nel tempo, pur di non dar realizzazione ad una potenza elettrica rinnovabile a portata di mano e sostitutiva dei fossili.

Meloni, in un mordi e fuggi dal palco in Azerbaijan, in nome della neutralità tecnologica ha disegnato come opportuno e ambizioso l’orizzonte della fusione nucleare. Ottima attestazione di atlantismo, dal momento che allo stato attuale sono più accattivanti le prospettive militari della fusione di deuterio e trizio, che non la realizzazione di un reattore civile regolarmente funzionante. Basta analizzare l’articolo di Arjun Makhijani e si capirebbe che il reclamatissimo esperimento di ignizione di 192 laser della National Ignition Facility di Livermore non è che il risultato di sei decenni di lavoro attorno ad un progetto militare, che ha portato alla ribalta domande sul fatto che alcuni esperimenti violino il Trattato per la messa al bando totale dei test sulle esplosioni nucleari.

La ricerca sulla fusione per uso pacifico e quella per uso militare sono fortemente intrecciate, ma non se ne vuol parlare. Infatti, dopo Livermore, c’è ancora un notevole silenzio sul fatto che le armi a fusione pura – armi che potrebbero uccidere un gran numero di esseri umani con radiazioni neutroniche – siano un obiettivo del programma del Pentagono. Dato che nessuno ritiene possibile la messa in opera di un reattore a fusione civile entro almeno un trentennio, i test di un’arma termonucleare sono invece in continuo perfezionamento. Già nel 1949 Robert Oppenheimer aveva dichiarato che “una super bomba come quella a fusione pura non dovrebbe mai essere prodotta, non essendoci alcun limite intrinseco al suo potere distruttivo”, mentre il Manifesto di Einstein-Russell del 1955 affermava che le bombe all’idrogeno esplose sott’acqua potevano diffondere la radioattività così in lungo e in largo che ci poteva essere “una morte universale, improvvisa solo per una minoranza, ma per la maggioranza una lenta tortura della malattia e della disintegrazione” dato che l’impatto radiativo dei neutroni di fusione diffondono ben l’80% dell’energia.

In compenso, Cingolani ritiene fattibile una variante della fusione, quella a confinamento magnetico, infinitamente più problematica per un suo funzionamento entro il secolo, ma altrettanto affine agli interessi militari, dopo che Sakharov aveva già proposto nei primi anni 50 che l’uranio 233 e il plutonio 239, entrambi utilizzabili per le armi a fissione, potessero essere prodotti utilizzando neutroni provenienti da reazioni di fusione per irradiare rispettivamente il torio 232 e l’uranio 238 non fissili. E Cingolani è alla testa di Leonardo, l’ottava impresa militare al mondo. Questo fa pensare che, in un momento in cui somme di denaro senza precedenti affluiscono nell’energia da fusione, l’Orologio dell’Apocalisse sia più vicino che mai alla mezzanotte.

Nel frattempo, il ministro Urso ci informa da Milano Finanza del 27 novembre che il governo sta lavorando a una società dedicata alla costruzione di reattori nucleari di terza generazione avanzata (?). “I lavori sono in corso – afferma il ministro, e i vari passi sarebbero già stati definiti, con Enel, Ansaldo Nucleare e Leonardo – Tutto questo sarà possibile solo se lavoreremo insieme per accogliere il largo consenso degli italiani, a partire dalle generazioni più giovai e consapevoli”. Lo dice, assicura il ministro del MASE, un sondaggio di Swg che annota che 8 italiani su 10 hanno già deciso di tornare a investire nell’energia nucleare, a partire dagli Smr, (Small modular reactor), i reattori di piccole dimensioni. Un sondaggio, quindi, abolirebbe il referendum e una serrata e informata discussione politica?

Ne è convinto Gilberto Pichetto Fratin, forse il più disinvolto, che dice testualmente “che gli è venuto in mente di mettere data center dove c’erano siti nucleari e, forse confondendosi, cita Civitavecchia (dove c’è tutt’ora una centrale a carbone!) e ricorda che sta preparando una bozza di legge delega da portare in Parlamento per riaprire una strada verso un nuovo nucleare: “una esigenza per il nostro Paese che vuole mantenere gli impegni ambientali firmati a livello internazionale”. Ma non si era detto che la strada del risanamento climatico sarebbe svoltata lontano da fossili e nucleare?

Dice testualmente che gli è venuto in mente di mettere data center dove c’erano siti nucleari e, forse confondendosi cita Civitavecchia (a carbone!). “Entro l’anno – aggiunge – avremo una bozza di legge delega da portare in Parlamento: riaprire una strada troppo a lungo rimasta chiusa verso un nuovo nucleare è una esigenza per il nostro Paese che vuole mantenere gli impegni ambientali firmati a livello internazionale. Oltre a Enel, Ansaldo Nucleare e Leonardo, c’è ovviamente un altro attore pubblico già pronto alla ripartenza. Si tratta di Sogin, che ancora non si è espressa nemmeno sul deposito delle scorie nucleari. E dove sta il popolo sovrano?

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