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Energia rinnovabili, il Covid-19 non ne ferma la crescita. Due studi ci spiegano perché

La terribile vicenda della pandemia in corso ha scosso le fondamenta di un rapporto tra scienza, informazione e democrazia che si era andato deteriorando, fino a mostrare l’inadeguatezza del rapporto che i cittadini hanno con il consenso legittimo che questi poteri possono e devono rappresentare. I processi di conoscenza e di interpretazione della realtà quotidiana, della vita dei cittadini, si sono ormai separati dalle nozioni che gli specialisti apprendono in modo non più interdisciplinare, fino a ricorrere a metodi di indagine così oscure ed a conseguenti decisioni che sfuggono al processo di partecipazione cui ogni comunità deve avere diritto.

Questo non vale solo nel caso dell’impalpabile azione distruttiva di un virus tanto minuscolo quanto onnipresente: vale anche quando ci si deve occupare dei meccanismi del cambiamento climatico o della conservazione della natura o, come nel caso che prendo qui in esame, degli effetti sulla salute o sul lavoro della progettazione di impianti che trasformano l’energia di fonti fossili o rinnovabili che siano.

Da tempo scrivo su questo blog della vicenda della conversione della centrale a carbone di Civitavecchia. Anziché aprire una discussione per garantire una presa di coscienza della popolazione sul futuro che le spetta, precipitano sul territorio decisioni o progetti che poco hanno a che fare con la ricerca consensuale del bene comune. Data l’importanza di passaggi come questo, che segneranno la vita di generazioni, mi limito qui a fornire qualche elemento di valutazione, il più accreditato possibile.

Sono di recentissima uscita due importanti studi sulle prospettive delle rinnovabili e sul sostegno dell’idrogeno e delle batterie alla loro efficienza e diffusione: il primo proviene dalla Iea e il secondo da Irena , l’uno e l’altro prestigiosi istituti, le cui analisi non saranno certo sfuggite ai dirigenti di Enel ed Eni che progettano e gestiranno gli impianti energetici dell’alto Lazio in una prospettiva temporale di almeno 20/30 anni, quando, cioè, secondo il Parlamento Europeo le emissioni di CO2 dovranno essere azzerate.

Il contenuto di questi due complessi ed esaurienti documenti, corredati di dati e grafici da chiunque rintracciabili in rete, mostra che la crisi del Covid-19 sta danneggiando, ma non ferma, a livello globale la crescita delle energie rinnovabili. Mentre l’economia globale e la vita quotidiana sono state frenate, le tecnologie per la generazione di elettricità da fonti rinnovabili, hanno dimostrato più flessibilità e maggiore resistenza alla crisi, rispetto agli impianti alimentati da fonti fossili.

Secondo le previsioni e in netto contrasto con tutti gli altri combustibili, le energie rinnovabili utilizzate per generare elettricità cresceranno nel mondo di quasi il 7% nel 2020, “annus horribilis”. A dimostrazione di questa previsione, nell’ottobre 2020, le azioni delle società solari in tutto il mondo erano più che raddoppiate di valore dal dicembre del 2019. Spinta da Cina e Stati Uniti, la capacità rinnovabile netta installata non solo ad uso elettrico crescerà di quasi il 4% a livello globale nel 2020, raggiungendo quasi 200 GW.

Ovvero, con l’aggiunta di energia eolica e idroelettrica la crescita di capacità rinnovabile globale raggiunge un nuovo record in quest’anno tremendo, rappresentando quasi il 90% dell’aumento della capacità totale di energia in tutto il mondo, con un forte incremento nei settori industriali, ancor più che negli edifici.

L’Europa e l’India guideranno un’impennata successiva delle energie rinnovabili nel 2021, valutata attorno a + 10%. Per l’Ue, questo è principalmente il risultato di progetti eolici e solari fotovoltaici su scala industriale precedentemente venduti all’asta in Francia e Germania (non in Italia!) e la cui crescita è supportata dalle politiche degli Stati membri per raggiungere l’obiettivo del 60% di energia rinnovabile al 2030 grazie anche al Recovery Fund dell’Ue che fornisce finanziamenti e sovvenzioni a basso costo. Potremmo quindi dire che le energie rinnovabili resistono alla crisi del Covid-19 ma non alle incertezze politiche…, come nel caso italiano.

Nonostante le sfide emerse dalla crisi del coronavirus, i fondamenti dell’espansione delle energie rinnovabili non sono mutati. Il solare fotovoltaico e l’eolico-onshore sono già i modi più economici per aggiungere nuovi impianti di generazione di elettricità nella maggior parte dei paesi.

I due studi citati affermano che nei paesi in cui sono disponibili buone risorse e finanziamenti economici, gli impianti eolici e solari fotovoltaici metteranno già alla prova gli impianti a combustibili fossili esistenti, non solo i nuovi. I progetti solari infatti ora offrono l’elettricità con il costo più basso della storia. Forse è bene segnalare ad Eni ed Enel (e, ovviamente, informare i cittadini spesso ignari) di riferirsi al grafico qui riprodotto. Come si può vedere, la capacità totale installata eolica e solare fotovoltaica è destinata a superare quella del gas naturale nel 2023 e del carbone nel 2024.


Il continuo calo dei costi delle energie rinnovabili sta cambiando il panorama degli investitori e il ruolo delle politiche. Irena prevede che il costo del KWh da (rinnovabili +batterie o idrogeno) sia già inferiore nel 2027 al costo del KWh da fonte fossile. Inoltre, va ricordato che le misure di stimolo economico incentrate sull’energia pulita possono sostenere direttamente o indirettamente le energie rinnovabili e lo stoccaggio in idrogeno. Sebbene la maggior parte dei miliardi di euro siano destinati dalla Ue in pacchetti finalizzati a fornire sollievo economico a breve termine, la previsione è che circa 300 miliardi di essi siano legati al risanamento del clima.

Infine, gli stessi studi citati rilevano che per un investimento di 1 milione di euro si producono 7,49 posti di lavoro a tempo pieno nelle rinnovabili e 7,72 posti nell’efficienza, contro solo 2,65 nei fossili. Ne vogliamo parlare sul serio a Civitavecchia e nelle Regioni che stanno approvando i Piani energetici? Oppure in Parlamento, dove si deve rivedere il Pniec e tra i cittadini elettori, che sono messi sotto tutela dai tecnici di Enel ed Eni e delle grandi ex-municipalizzate? Tutti appiccicati alle scelte obsolete della combustione del gas, pagato in bolletta sotto le spoglie arcane del “capacity market” e con il contributo dei cittadini consumatori.

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Civitavecchia, lo snodo visibile e attuale della transizione energetica

Da tempo pongo sotto esame la riconversione della centrale a carbone di Civitavecchia come snodo visibile e attuale della transizione energetica, che non può certo essere dilazionata nel tempo dalla persistenza dei segni della pandemia.

Come afferma da New York Dan Gearino – uno dei massimi esperti – in Inside clean energy del 4 settembre, “siamo nel bel mezzo della transizione verso l’energia pulita, ma potreste anche non averlo notato”. Infatti, dagli schermi, dalle onde radio o dalle pagine dei giornali la notizia del giorno sposta quella del giorno prima e il cambiamento che dobbiamo affrontare sembra sempre fuori portata al momento giusto.

Nonostante i suggerimenti di mille task force, ancora non è ben chiaro come si intendono spendere o meglio investire in modo produttivo e coerente i 209 miliardi in arrivo con il Recovery fund. Tra i settori strategici occorrerà mettere in conto prioritario l’energia pulita e la digitalizzazione delle reti. Nella classifica europea relativa alla fornitura di servizi pubblici digitali, l’Italia si trova al 19esimo posto, mentre siamo solo 16esimi per la spesa in investimenti e ricerca nelle tecnologie verdi. Vogliamo continuare ad essere fanalini di coda?

Una grande occasione per ridisegnare l’intera area carbonifera, portuale, industriale turistica e paesaggistica fa la sua prova a Civitavecchia, dove le associazioni ambientaliste locali, assieme agli studenti e ad un numero crescente di cittadini ed esperti, si stanno attrezzando per cogliere la sfida lanciata dall’Europa, che ha posto al centro della sua strategia di contrasto ai cambiamenti climatici proprio lo sviluppo dell’idrogeno verde da rinnovabili, mettendo a disposizione enormi risorse e de-finanziando gli investimenti sui combustibili fossili.

Alcune nazioni, Francia e Germania in testa, rispettivamente con uno stanziamento di 7 e 9 miliardi, hanno già da tempo investito risorse proprie: a Cernobbio l’Italia, secondo l’articolista del Corriere della Sera presente al meeting, ha dichiarato di volersi unire ad esse, nella previsione di 540.000 nuovi posti di lavoro. La notizia è stata ripresa in scarni trafiletti da Repubblica e dal Sole 24 ore, ma è durata lo spazio di un mattino.

Negli stessi giorni, il candidato alla presidenza democratica degli Usa Joe Biden ha proposto un piano per il clima e l’energia pulita che mira a portare il paese a zero emissioni nette entro il 2050. Lo stesso è stato affermato da Ursula von der Leyen per l’Ue. Annunci imprudenti? Niente affatto: oggi l’economia è cambiata così tanto da poter essere decarbonizzata fornendo incredibili vantaggi economici e occupazionali, mentre gli effetti del cambiamento climatico, assai più vistosi di dieci anni fa, rendono la fuoriuscita dal carbonio un obiettivo necessario e popolare.

Mentre città, borghi, alcune aziende – e spesso chiese – sono diventati ispiratori nell’affrontare il cambiamento climatico, i governi ascoltano distrattamente le menti più lucide e continuano a stare attaccati ai posti di lavoro nelle filiere fossili e inquinanti, spesso perfino con il consenso dei sindacati. Eppure, sono molti gli studi che affermano che verranno benefici non solo per il clima e l’ambiente, ma anche per le tasche dei consumatori. Proviamoci, allora, in fretta e a partire da dove la situazione si mostra più foriera di successo.

Dato che non è assolutamente vero che il gas debba avere una funzione strategica nella transizione energetica dobbiamo solo progettare dove e come vada concretamente, vantaggiosamente rimpiazzato da tecnologie e sistemi più moderni e adatti alla partecipazione e alla salute dei cittadini. Il caso di Civitavecchia è lampante.

Enel punta a chiudere i suoi quattro impianti a carbone sul territorio italiano entro il 2025. Nel suo piano industriale 2020-2022 investirà il 50% del capex totale del piano in “decarbonizzazione del parco impianti a livello globale”. Entro il 2020 la multinazionale dell’energia prevede di sviluppare 14,1 Gw di nuova capacità rinnovabile, pari al +22% rispetto al piano industriale precedente. Perché mai la sostenibilità per il colosso energetico multinazionale non dovrebbe essere un fattore abilitante fondamentale anche per la sua strategia finanziaria nel Paese di origine oltre che prevalentemente all’estero?

Ci sono forse patti con Eni o altri interessi che lo impediscono? Il sindaco di Civitavecchia Ernesto Tedesco, contraddicendo l’amministratore delegato di Enel Tamburi, si è chiesto perché “anche qui, come a Taranto non si debba parlare di rinnovabili e sviluppo di idrogeno verde” mentre il consigliere regionale dei Cinquestelle Devid Porrello presentava una mozione per creare una cabina di regia per lo sviluppo dell’idrogeno nel Lazio.

Al più presto gli elettori – chiamati a risparmiare (?!) sulla politica – verranno informati che già il 14 settembre il Parlamento europeo si è misurato con la possibilità di contribuire a liberare le regioni europee dai combustibili fossili e di sostenere la creazione di un vero sviluppo e di nuovi posti di lavoro sostenibili.

Gli eurodeputati in quel giorno voteranno in plenaria sul Fondo Just Transition (per la giusta transizione) da 17,5 miliardi di euro, che mira a sostenere gli Stati membri dell’Ue nella loro transizione verso la neutralità climatica. Quella è già un’occasione per ribaltare la posizione regressiva della Commissione per gli affari regionali del Parlamento Ue, che ha votato a favore dell’ammissibilità del gas al finanziamento del Fondo per la Just Transition. La partita è complessa e non si chiude definitivamente in questi giorni, ma sarà in ogni caso riesaminata a livello nazionale e locale.

Io credo che quello di Civitavecchia sia un caso esemplare, che proverò a riprendere su questo blog anche con il conforto dei massimi esperti sulla transizione energetica pulita e verde, di cui il Paese ha bisogno per costruire parchi alimentati da fonti rinnovabili, da linee di trasmissione per elettricità e idrogeno, per fornire energia eolica e solare dalle aree rurali ai centri abitati, consentire una mobilità meno inquinante, rifornire i porti, i litorali e le ferrovie di alimentazione libera da CO2.

Erano questi tutti settori valutati come fonte di posti di lavoro in rapida crescita prima della pandemia e, senza dubbio, rimangono tali a disposizione dell’unica possibile ripresa: quella non uguale a prima. Tanto più a Civitavecchia, da troppi anni martoriata dagli scarti di produzioni nocive e dove una sospensione della conferenza dei servizi prevista per ottobre potrebbe dare il tempo necessario per un approfondimento, anche alla luce delle novità provenienti dall’Europa e dalla piena informazione e consapevolezza dei cittadini, dei loro movimenti, delle loro istituzioni.

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Comitato per la riconversione a 100% solare e idrogeno verde della centrale ENEL a carbone a Civitavecchia – Intervista a Mario Agostinelli

https://www.facebook.com/watch/?v=740765520035718

A Civitavecchia si sta aprendo un dibattito sulla riconversione della centrale a carbone che ha segni di novità molto importanti. In gioco c’è la riconversione ancora al fossile (gas) come da copione o, in alternativa, un progetto di completa riconversione di tutto il sitema energetico locale terrotoriale, che punta entro il 2040 al 100% di rinnovabili e all’idrogeno verde in un sistema integrato che riguarda la città, la mobilità, l’occupazione industriale, il porto, la valorizzazione del paesaggio e di un turismo di prossimità oltre che la salubrità dell’aria. Naturalmente siamo solo ai primordi di una possibile riconversione, che avrebbe forti chiance di realizzazione e significato nazionale ed europeo solo se mobilitasse proposte partecipazione, intelligenze, lavoro, ricerca, studio e democrazia. Risorse di cui è ricca la cittadina laziale e il territorio intorno. Insomma una comunità  energetica dopo il covid-19, laddove viene dismesso un sito carbonifero. Allegati trovate una descrizione del progetto e le prime prese di posizione di PD e Verdi di Civitavecchia.

Documentazione:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/06/civitavecchia-basta-combustibili-fossili-ora-servono-rinnovabili-idrogeno-e-lavoro/5858452/

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Civitavecchia, basta combustibili fossili: ora servono rinnovabili, idrogeno e lavoro

Da anni Civitavecchia registra mobilitazioni popolari contro la combustione in atmosfera di fossili per produrre elettricità a basso prezzo, ma a danno della salute. Come è ormai pratica consolidata, gli enti energetici provano a rinnovare i loro impianti inquinanti laddove il territorio ha già subito una ferita precedente, nella presunzione che la cittadinanza locale si rassegni più facilmente rispetto ad un’altra cui venga prospettato l’insediamento di una centrale mai allestita in precedenza.

È successo già così tra Lodi e Piacenza, nella bassa padana verso la confluenza del Po, nella Puglia o lungo le rive del Mar Ligure, dove pezzo dopo pezzo sono state rianimate e potenziate le centrali che nel tempo diventavano obsolete. Un disagio già subito e pagato con tassi abnormi di malattie, si può ulteriormente monetizzare con qualche risarcimento in più e agitando lo spettro della disoccupazione.

Dopo il Covid 19, a fronte della crisi climatica e con la prospettiva di una profonda crisi economica che richiede un cambiamento nel modo di produrre e di consumare, parrebbe che in Italia, al pari che nei Paesi dell’Est, non si sia ancora prodotto un ripensamento rispetto ad una strategia energetica che è sottoposta invece in tutta Europa a una radicale riconversione.

Mi sembra che il caso di Civitavecchia meriti di diventare esemplare e possa concentrare le risorse intellettuali, culturali, economiche e professionali migliori per riconvertire l’intero territorio – centrale a carbone, porto e mobilità – in base ad un modello basato su 100% rinnovabili, zero emissioni climalteranti e idrogeno da rinnovabili come vettore complementare all’elettricità, già in funzione entro i prossimi venti anni. Niente gas, quindi, né tantomeno gassificatori, magari come ponti per la metanizzazione della Sardegna.

Saremmo così in linea – e non solo a parole – con l’obiettivo di Parigi di stare al di sotto di 1,5°C di aumento di temperatura e con il Green Deal europeo lanciato dalla Von Der Leyen. Sostenendo questo scenario la Giunta della Città e della Regione metterebbero a tacere i timori che la spartizione di poltrone debba risentire degli equilibri che Enel ed Eni trattano nelle loro stanze.

Naturalmente, occorre avanzare un progetto complessivo, avere alle spalle centri di ricerca e finanziamenti, nonché agire in sintonia con l’Europa e saper conseguire un obiettivo così esemplare con il coinvolgimento della cittadinanza, del sindacato, degli operatori economici e in una alleanza sull’intero territorio, che va al di là del solo perimetro del sito carbonifero oggi occupato.

Proprio perché il porto vive una crisi che parte da lontano e che si è aggravata con il Covid, bisogna andare oltre soluzioni solo settoriali, tener conto dell’intero sviluppo della logistica integrata, della cantieristica navale, dello sviluppo di un turismo di qualità che valorizzi la bellezza del paesaggio e la storia culturale anche di prossimità.

Fatte queste considerazioni preliminari, invito a prendere in considerazione e a riferimento uno straordinario progetto, avanzato da Solar Power e dall’Università finlandese Lut, di cui ho trattato nel post precedente e che sembra fatto apposta per una situazione come quella qui in esame. Si tratta di un progetto dettagliato, che suggerisce soluzioni distinte per area geografica e addirittura per stagione a seconda delle località situate nel nostro continente: complessivamente, in oltre 80 pagine, esamina tre scenari distinti di cui uno solo contempla il ricorso al gas.

Nella comparazione effettuata con grafici, dati aggiornatissimi, proiezioni e tabelle, si dimostra che il ricorso al gas (definito “percorso a bassa ambizione”) anziché all’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili sarebbe per la società in tutta Europa e in particolare nell’area del Mediterraneo un onere, sia dal punto di vista del cambiamento climatico sia dal punto di vista economico.

La riconversione di un sistema centralizzato come l’attuale richiederebbe una programmazione di medio periodo e interventi coerenti a largo raggio. Occorrerebbe, naturalmente, dare priorità all’elettrificazione a base rinnovabile dell’intera economia del Paese, spianando la strada allo sviluppo di un settore competitivo, basato sullo spiegamento accelerato di risorse energetiche di flessibilità decentralizzata, di cui il solare e il vento off-shore sarebbero i pilastri. Ciò significa lanciare una strategia industriale solare, sviluppare competenze e programmi di formazione per sbloccare il potenziale di lavoro e occupazione qualificata nel settore solare.

Nel nostro caso esistono già competenze e ricerche avanzate che hanno proprio nel Lazio e in Centro Italia punti di convergenza e di interesse internazionale. Il ricorso all’idrogeno prodotto da rinnovabili, oltre alla funzione di stoccaggio di energia, avrebbe un’applicazione virtuosa sia per le banchine del porto che per il ridisegno della mobilità, sia su strada, sia per tratti di ferrovia minori, sia per il trasporto via mare. Lo studio quantifica in sei milioni la nuova occupazione in Europa nello scenario che raggiunge la neutralità climatica già nel 2040 con un costo dell’energia del 17% inferiore a quella prodotta dall’attuale mix energetico, per la massima parte fossile. Una formidabile occasione per il Paese che più ha sofferto la pandemia.

L’Espresso in edicola il 5 luglio esamina in un interessante articolo la presa in considerazione da parte degli enti a partecipazione statale di progetti di sviluppo con esplicito riferimento al superamento del metano e allo sviluppo della filiera delle rinnovabili e dell’idrogeno per risollevare e modernizzare il Paese e, quindi, evitare una bomba sociale, oltre che fare della cura del pianeta e della salute del vivente l’obiettivo per le nuove generazioni.

Molte sono le novità che dovranno intervenire per affrontare le emergenze che potrebbero trovare nel lavoro e nei più indifesi le vittime più esposte. Per stare in concreto, onde evitare, ad esempio, che le piccole aziende metalmeccaniche che vivono con l’indotto della centrale Enel segnino il passo di una lunga e dannosa transizione, con licenziamenti e Cig, occorre da subito far pressione su Enel, Eni e sulle istituzioni per garantirsi in tempi rapidi un piano di transizione, con la possibilità di realizzazione anche in loco impianti e attrezzature necessarie, che mettano in relazione buona occupazione, salubrità dell’aria, un clima il più possibile placato.

La manifestazione svolta sabato 4 luglio proprio a Civitavecchia ha portato alla luce le richieste qui illustrate, tanto ragionevoli quanto improcrastinabili.

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Ripresa economica: puntare sul rinnovabile è possibile e vantaggioso. Vi spiego come

C’è da chiedersi perché un governo costituzionale abbia affidato al buio a un manager privato – Vittorio Colao –, coadiuvato da un team di docenti, esperti e professionisti, l’elaborazione di un piano per il rilancio dell’economia italiana, dopo la serrata imposta dalla pandemia, ricevendone un contributo che assomiglia ad un manifesto della scuola di Chicago con quarant’anni di ritardo. Sembrerebbe che la storia non abbia ripreso nelle sue mani il secolo ed abbia espulso la politica. Ma, mi chiedo, perché non viene definita una strategia di medio periodo per la ripartenza del Paese?

Qui intervengo su una questione di estrema attualità anche per i suoi rapporti con le emergenze che riguardano il futuro dell’umanità, partendo da quanto è già a disposizione, seppure ignorato, sul fronte energetico: una rivoluzione in termini di decarbonizzazione e di riconversione produttiva e occupazionale di assoluta indispensabilità.

Si direbbe che l’intera questione energetica, che riguarda vite, territori, salute, posti di lavoro, sia tenuta lontana dalla decisione politica e resa impermeabile al dibattito democratico, proprio quando siamo all’emergenza di possibili licenziamenti di massa, e di un declino industriale imprevisto per le dimensioni con cui si presenterà se il modello di sviluppo dovesse rimanere inalterato.

Sta proprio alla società intera e al sindacato in particolare non mostrarsi balbettante e compatibilista, per pretendere che il futuro non sia il ritorno alla “normalità” di prima. Qui suggerisco di prendere in grande considerazione il contributo che su base europea ha fornito un gruppo di lavoro molto prestigioso, accreditato e documentatissimo, che ha già portato al tavolo della Ue le sue proposte nella completa ignoranza del mondo politico e dei media italiani.

Riprendo le proposte che Solar power Europe e la prestigiosa Università finlandese Lut hanno avanzato in un paper articolatissimo e documentato sotto il profilo scientifico, tecnologico ed economico, presentando un sistema di energia rinnovabile al 100%, che consenta all’Ue di portare a zero le emissioni climalteranti prima del 2050, ricorrendo al 100% di rinnovabili e con oltre quattro milioni di nuovi occupati nei settori riconverti.

In oltre 60 pagine di grafici e comparazioni, emerge un quadro di impegno di politica industriale, formazione, ricerca e comportamenti sociali del tutto sconvolgenti rispetto alle tendenze oggi in atto nei settori di generazione, stoccaggio e distribuzione di energia, trasporti e calore. Qui elenco alcuni spunti in sintesi: suggestioni realistiche e comprovate, che qualsiasi governo e la stessa proclamata prospettiva di rilancio di un’Europa unita e concorde non possono ignorare, se non sottovalutando le emergenze climatiche, sociali e occupazionali che seguiranno alla pandemia.

I capisaldi della riconversione, avanzata con uno straordinario corredo di immagini che suggerisco di analizzare, si possono così riassumere:

1) L’energia solare è destinata a generare oltre il 60% dell’elettricità dell’Ue entro il 2050 e l’eolico è il secondo pilastro per accedere a fonti esclusivamente rinnovabili.

2) Per raggiungere questo obiettivo, il sistema energetico dell’Ue necessita di un alto tasso di elettrificazione e integrazione settoriale.

3) La Commissione europea deve imporre uno scenario di energia rinnovabile al 100% vincolante per legge e destinare alla sua attuazione le risorse messe a disposizione del piano di riconversione chiamato enfaticamente, ma, per ora, solo retoricamente, Green New Deal.

4) Il vantaggio economico di una soluzione radicale e ad alta ambizione (100% rinnovabili, 1,5°C aumento di temperatura e zero Chg, rispetto a 66%, +2°C e 92% in uno scenari ritardato) comporta costi energetici unitari inferiori e dimostra che il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 è più conveniente rispetto a qualsiasi livello di ambizione inferiore, raggiunto per faticosi step ritardati e forieri di grandi svantaggi economici e ambientali.

Se lo studio venisse applicato in tutte le articolazioni previste (per singole Nazioni e, addirittura, per distinte cadenze stagionali), ne risulterebbe un sistema energetico europeo meno dipendente dalle importazioni e più resistente agli equilibri geopolitici, oltre che desiderabile certamente per le nuove generazioni anche perché comporterebbe lavoro qualificato per 6 milioni di unità.

Verrebbe finalmente rispettato l’accordo di Parigi, non superando l’aumento di temperatura di 1,5°C senza ricorrere affatto al sequestro di CO2 sottoterra. I guadagni in termini di resa e risparmio sarebbero assai significativi, garantendo una forte integrazione intersettoriale ed eliminando il ricorso alle fonti fossili anche nei settori del trasporto e dell’industria ad alto contenuto di calore.

Infatti, gli elettrolizzatori per la produzione di idrogeno da rinnovabili diventerebbero una tecnologia cruciale per lo scenario previsto, al punto che dal 2030 in poi, l’idrogeno ottenuto da fonti rinnovabili contribuirebbe alla piena decarbonizzazione, diventando il secondo vettore chiave di energia in Europa. Ovviamente, lo stoccaggio dell’elettricità assumerebbe importanza sempre maggiore nel fornire un approvvigionamento energetico ininterrotto, con un contributo di batterie, a prezzi sempre più ridotti, fino al 70% dello stoccaggio.

Si tratta di un approccio evidentemente rivoluzionario e non certo in linea con le politiche energetiche correnti. Eppure, nel rapporto Solar Power & Lut si dimostra che un sistema di energia rinnovabile al 100% e a neutralità climatica è assolutamente possibile dal punto di vista tecnico ed economico in Europa già al 2050.

Sappiamo bene che, da un punto di vista politico e sociale, la questione è tutt’altro che risolta. Fortissime saranno le resistenze ad un modello che si rivela realizzabile solo sovvertendo gli interessi oggi prevalenti. Proprio qui il ruolo del sindacato e delle nuove generazioni potrebbe essere risolutivo.

L’enciclica Laudato Sì sembrerebbe l’ispiratrice di un tale “sovvertimento”, non solo tecnico-scientifico; naturalmente, occorrerà anche una conversione individuale e collettiva a nuovi modelli di produzione e consumo. La posta è tuttavia talmente elevata da meritare la partita. Il nostro Paese, l’Europa, il Pianeta hanno bisogno delle migliori energie intellettuali e sociali oltre che fisiche per una transizione ecologica e socialmente giusta.

Le misure finora proposte non sono all’altezza del compito; sta quindi anche alle organizzazioni della società civile e ai movimenti sociali e alla loro maturità se si riuscirà a tracciare un percorso diverso e possibile.

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