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Energia liberalizzata e… improvvisata

di Mario Agostinelli – Il Fatto Quotidiano online – 13 febbraio 2012

Il piano energetico che non c’è – Parte prima

L’Europa si è data degli obiettivi energetici e climatici molto ambiziosi al 2020 e ancor più ambiziosi al 2050, che sono in corso di approvazione in questo momento. Provvedimenti che servono a disegnare uno scenario virtualmente “post carbon” al 2050 (meno 95% di emissioni rispetto ai livelli del 1990) e investimenti infrastrutturali nella green economy per una media di 270 miliardi di euro annui (l’1,5 % del Pil europeo).
Se in Europa si progetta una Roadmap per il 2050, in Italia si modificano le regole sulle fonti rinnovabili ogni sei mesi, ci si lamenta ogni giorno dei costi delle bollette attribuiti al fotovoltaico (!), del mancato sviluppo del nucleare (!), dei costi dei carburanti. E questo senza preoccuparsi affatto dell’incapacità della nostra industria di produrre pannelli e aerogeneratori e di predisporre reti opportunamente programmate per il sistema del futuro.

Un brontolio surreale, che il “governo dei tecnici” metabolizza nel modo peggiore, procedendo per decreti in cui infila di straforo provvedimenti spot per l’energia in mezzo a protocolli per farmacisti, notai, benzinai, taxisti e panettieri. Viene così irresponsabilmente rimossa l’esigenza di una cornice di regole, un piano energetico, sostituito invece dalle pressioni delle lobby che vanno a nozze con la preclusione al dibattito pubblico che Monti schiva volentieri con la scusa dell’emergenza. Eppure, la parola magica dovrebbe essere crescita, ma chi la scorge nel “mille proroghe” o tra le “liberalizzazioni” che, con il ricorso alla fiducia hanno fatto scivolare tra le pieghe una serie di decisioni spot per l’energia sconosciute al grande pubblico (ad esempio l’art. 65 andrebbe stralciato e ridiscusso in ben altro contesto!)? Provo ad andare per ordine, considerando oggi le novità per le fonti fossili e rimandando al prossimo post l’analisi delle “furbate” improvvisate per il nucleare e le rinnovabili.

1) Crisi, gas, olio combustibile, rigassificatori
Il repentino cambiamento meteo ha fatto schizzare il 7 febbraio a 456 milioni di metri cubi, il consumo di gas. Unanime il coro: servono, oltre ai due in funzione, nuovi rigassificatori che ricevano il gas in forma liquefatta via nave. Le scorte hanno però sopperito e l’Enel è stata autorizzata a riaccendere le vecchie centrali a olio combustibile in modo da far funzionare meno quelle a gas. In totale oggi abbiamo 2.000 MW di olio combustibile in funzione. Un buon affare per Enel che rallenta i turbogas e tiene ferma perfino Brindisi Sud, la nostra più grande centrale a carbone. Niente programmazione e tutto mercato, come ci indica l’ideologia delle salvifiche liberalizzazioni? Prendetevi allora un ambiente più malsano e una totale dipendenza dalla borsa elettrica, mentre scordatevi che a gennaio (inverno!) il vituperato fotovoltaico ha prodotto 805 GWh (milioni di kWh) e l’osteggiato eolico 1.252 GWh, senza metanodotti e rigassificatori alle spalle.

2) La separazione Eni- Snam
È certamente la decisione potenzialmente con maggiori conseguenze sulle bollette degli italiani. Ma non avrà effetti immediati. Va spiegato che oggi chi importa gas (Eni) e chi possiede i tubi per farlo arrivare in Italia (Snam) sono la stessa cosa, nel senso che Eni è proprietaria di Snam. Con la rivoluzione annunciata non sarà più così: questo cosa comporterà? In teoria, significherà concorrenza fra Eni e altre società per importare il gas e maggior concorrenza dovrebbe in teoria comportare prezzi più bassi. Oggi il gas che in Austria arriva al confine italiano di Tarvisio, non appena lo passa aumenta di circa 8 euro al MWh, perché questo sarebbe il costo che serve a Snam per trasportarlo in Italia.
Eni acquista all’estero con contratti di lungo termine “take or pay”, cioè quantità che paga anche se non dovesse ritirare. È ovvio, quindi, che prenoti il massimo della capacità di trasporto ed essendo Snam di sua proprietà non ha problemi a farlo “pagando” il prezzo di ritiro. Allora, se ci fossero metanodotti concorrenti – cosa assai difficile con un monopolista affermato – si potrebbero spuntare sovrapprezzi inferiori; oppure – cosa più praticabile – si dovrebbe comprare gas sulla piazza europea a prezzi meno prevedibili.
In sintesi, separare Snam da Eni dovrebbe forzare quest’ultima ad abbandonare i contratti di lungo termine e garantire un uso più efficiente dei “tubi” che portano gas in Italia. Con però più insicurezza sulle forniture, incentivazione ai rigassificatori, ricadute imprevedibili sulle municipalizzate. A meno che… Eni continui a far fede sulle bollette di tutti noi!

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Pomodori e pannelli

di Angelo Consoli

L’art 65 del decreto liberalizzazioni ha fatto partire una discussione sulla necessità di preservare il territorio dal silicio. Con un intervento assolutamente non programmato è stata inserita da questo articolo una nuova normativa che tenta di regolare il delicato rapporto fra agricoltura e rinnovabili, tagliando demagogicamente a colpi di slogan questioni molto complesse che necessitano un tavolo di discussione serio e approfondito. Da ultimo, il Ministro Clini, novello fustigatore di speculatori delle rinnovabili” (quelli del petrolio o del nucleare non sembrano avergli mai dato troppo fastidio!), ha affermato che “nei campi bisogna far crescere i pomodori, non il silicio, annunciando ulteriori “punizioni” per gli immondi affamatori di esseri umani che preferiscono impiantare pannelli fotovoltaici piuttosto che cibo.

A parte che in provincia di Brindisi per centinaia di ettari non si possono più coltivare nè pomodori, nè carciofi, ne ulivi, nè lattuga, nè zucchine, nè nient’altro destinato all’alimentazione umana, e non è per il fotovoltaico ma per il carbone della centrale ENEL di CERANO, (e i cittadini stanno ancora aspettando un’impennata di indignazione del Ministro anche su questo…) credo che sia venuto il momento di mettere ordine nei pensieri senza facili demagogie, nè pilatesche fughe in avanti.

E perciò sento il dovere di intervenire in questa discussione che sento un po’ (molto) anche mia, in quanto ho contribuito a elaborare le linee guida per l’energia e le produzioni sistemiche per lo Slow Food e per Terra Madre (che troverete a questa pagina web) e le ho illustrate a Terra Madre 2010 nel panel dell’assemblea finale.

Metto subito, come si suol dire, le mani avanti, per chiarire che nessuno più di me è convinto che la terra fertile e il territorio vadano usati per l’agricoltura e non per il fotovoltaico! A ulteriore riprova, mi auto citerò in un articolo sull’argomento che ho scritto insieme a Carlo Petrini n relazione alla situazione Pugliese comparso in prima pagina su Repubblica il 17 aprile 2010 dal titolo PANNELLI FOTOVOLTAICI VIA DALLE CAMPAGNE, che valorizzava un accurato studio scientifico dell’ARPA Puglia, ingiustamente trascurato dalle istituzioni (in caso non ne abbiate abbastanza di questo post, lo potrete leggere a questo link). Ciò detto però, devo dire che non mi convincono le norme a presunta tutela del territorio agricolo frettolosamente incluse nel decreto liberalizzazioni e INSISTO per la soppressione pura e semplice dell’art. 65 che le ha introdotte. NON E’ UNA QUESTIONE DI MERITO MA DI METODO.

Si sperava ch questo governo a differenza del precedente avrebbe chiuso con la politica opportunistica di infilare di straforo provvedimenti che necessitano una attenta discussione e riflessione, in atti legislativi che non c’entrano niente solo per fare un favore a questa o quella lobby.

Non entro nel merito delle previsioni dell’art 65 (che prevedono maggiori incentivi per impianti su serre senza alcuna limitazione e pongono limitazioni retroattive a molti altri impianti su terreni agricoli e non). Dico solo che il rialzo degli incentivi alle serre è speculativo anch’esso, se non è accompagnato da regole per la presentazione di piani agronomici e commerciali validi e credibili per quello che si deve coltivare sotto le serre.

Se non parto da quello che deve essere coltivato sotto la serra, innanzitutto assicurandomi che la situazione di ombreggiamento lo permetta, e poi garantendogli un mercato perchè i prodotti non rimangano sulle piante (come succede troppo spesso anche fuori dalle serre), allora la serra sarà solo una scusa per aggirare il divieto di fotovoltaico su terreni fertili.

Fare 25 MW di serre a Su Scioffu in Sardegna, con capitali indiani e manodopera americana, senza garantire che i prodotti sottostanti abbiano una filiera commerciale che giustifica i pannelli soprastanti, è speculativo quanto farli a terra, e nel frattempo l’agricoltura sarda muore, come quella siciliana, pugliese e di tutto il Paese.

Quindi ha ragionissima chi risponde a Clini che non è vietando gli impianti fotovoltaici che si rilancia il mercato del pomodoro. Quello che ammazza la nostra agricoltura, caro Clini, è la filiera intermediaria parassitaria. Esattamente come nell’energia! Abbiamo il paradosso del tarocco siciliano che rende solo 0,09 cents al produttore di Catania, ma costa 2,5 al consumatore di Milano. Chi si fotte tutta la plusvalenza? Il sistema mafioso-intermediario della logistica (e questo vale per tutto il paese non solo per la Sicilia: il Comune di Fondi dove è intervenuto un decreto prefettizio di scioglimento per infiltrazioni mafiose dovute ai suoi mercati generali, è nel Lazio e non in Sicilia!).

Ovunque ci sia grande distribuzione centralizzata di orto frutta e altri prodotti agricoli, vengono “spremute” le due estremità (produttori e consumatori) a esclusivo vantaggio dei parassiti intermedi.

Poi abbiamo il paradosso del bilancio carbonico esagerato anche per prodotti che potrebbero essere a chilometro zero, solo perchè i sistemi di distribuzione sono orientati esclusivamente al profitto. Un caso di scuola è ormai quello famosissimo dei pomodori di Pachino che potrebbero essere venduti a chilometro zero a Siracusa, e invece vengono trasportati nelle grandi centrali di imballaggio nel nord per poi ritornare negli ipermercati della grande distribuzione siciliana, e da chilometro zero diventano a chilometro 1.800! Ma perchè? Npon si possono imballare localmente, dando lavoro a impianti i imballaggio locali? No!

Abbiamo creato il mostro della grande concentrazione anche in agricoltura, che appesantisce il bilancio carbonico di tutti i prodotti solo per fare delle economie di scala che alzano mostruosamente i profitti e comprimono l’occupazione. E in Italia ci va ancora bene perchè i contadini che si suicidano per questo sistema che li estromette dai mercati, non sono moltissimi. In India l’industrializzazione del cibo causa almeno 20.000 morti l’anno di “contadini che si suicidano perchè non riescono a far fronte ai debiti contratti per acquistare sementi, fertilizzanti e pesticidi” (Carlo Petrini, TERRA MADRE,2008 Slow Food editore, pag 84).

Dunque, perchè un contadino trovi conveniente continuare a coltivare il pomodoro o il tarocco, bisogna metterlo in condizione di guadagnare di più. diventando competitivo sia con interventi di abbattimento dei suoi orripilanti costi energetici (irrigazione, trasporti, refrigerazione, calore di processo), magari attraverso interventi mirati di rinnovabili (energia rinnovabile in funzione dell’agricoltura e non viceversa) che attraverso interventi di ordine pubblico contro l’illegalità nel settore, dal caporalato, all’aggiotaggio dei mercati generali). Nessun agricoltore sarebbe pronto a cedere i suoi terreni per grandi impianti speculativi se avesse la possibilità di guadagnare il giusto dai frutti della terra, e questa possibilità non ce l’ha perchè il mercato è distorto per mancanza di regole o per mancata applicazione delle stesse. Per mancanza di legalità. Cioè per mancanza di Stato!

Allora la soluzione è una politica nazionale di incoraggiamento fattivo dei giovani alle terre incolte, garantendo loro il mercato e il reddito per i primi anni attraverso politiche di incoraggiamento dei mercati di prossimità un ritorno ai mercatini di prossimità, dove si incontrano direttamente produttori e consumatori, senza intermediari, con adeguate e intensive campagne di comunicazione, invasive e penetranti almeno quanto quelle dei gioielli e generi di lusso (in fondo De Andrè ci ricordava che “dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior…”).

Ecco allora come l’intervento pubblico può essere efficace per regolare il problema dell’uso del territorio per gli impianti energetici: non con divieti e proibizioni, ma rendendo competitiva e redditizia l’agricoltura. E questo non solo a livello nazionale ma anche nei piani regionali o comunali. Esemplare in questo senso il Master Plan di Roma Capitale ispirato alla visione di Jeremy Rifkin e di Carlo Petrini, tradotto nel Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile elaborato da me e Livio De Santoli che prevede proprio interventi di rivalorizzazione della biosfera dell’agro romano, formando e affidando a cooperative di giovani le terre incolte e garantendo lo sbocco sul mercato con interventi di favore per i mercati diretti. Questo piano, per ora solo sulla carta, può fare di Roma Capitale il faro del recupero in chiave umana delle politiche energetiche, ispirandole alle leggi della termodinamica, al rispetto della biosfera e alla valorizzazione della biodiversità e dell’enogastronomia locale. Ci si aspetterebbe che, una volta smesso di spalare la neve e le critiche più o meno ingenerose, l’attuale sindaco si ricordasse di essere stato un buon ministro per le risorse agricole e forestali, e delle impulso agli impegni che ha preso con Jeremy Rifkin e Carlo Petrini, realizzando il piano preparato dal team del professor De Santoli.

Tutto questo dimostra come una materia tanto articolata e complessa non possa davvero essere affrontata marginalmente dall’articolo 65 del DL Liberalizzazioni ma deve essere invece affrontata in modo sistemico (specialmente da un governo tecnico in cui, per fortuna, il Primo Ministro non ha origini “mafiose” come il precedente).

In conclusione si tratta di una materia tanto complessa che non può essere affrontata totalmente fuori contesto, in margine a un decreto liberalizzazioni che e si occupa di apertura del mercato di tassisti, farmacie, notai e scorporo rete del gas etc. Una materia che merita una riflessione attenta e non soloi slogan demagogici ad effetto, da parte di ministri in cerca di popolarità a buon mercato! Anzi, a proposito, se si doveva “liberalizzare” l’energia rinnovabile, non avrebbero piuttosto dovuto mettere mano al monopolio di ENEL distribuzione per la media e bassa tensione, al monopolio del credito da parte delle banche, e alla semplificazione normativa, ad esempio abolendo l’infamissimo registro degli impianti che, introdotto dal decreto Romani, ha spiazzato e messo fuori gioco migliaia di piccoli operatori, bloccandone la crescita e facendoli fallire come mosche? E non solo piccoli. La Solon è fallita la settimana scorsa mettendo centinaia di famiglie in mezzo alla strada in Veneto. La Solsonica sta per fallire a Rieti. E sono solo alcune delle migliaia di vittime fatte dal Killer-Romani con il suo decreto che ha introdotto la più alta instabilità e incertezza normativa in un settore che invece in tutto il mondo vive di stabilità e certezza. Stabilità e certezze che possono essere ottenute solo con interventi ragionati e sistemici (e aggiungo, condivisi) e certo non con quattro righe in un velleitario articolo 65 in un DL liberalizzazioni totalmente fuori tema. Per questo, parafrasando Catone il Censore concludo con una sola esortazione, che ripeterò fino alla noia: “ART. 65 DELENDO EST!”

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Iren-A2A, no alla grande Multiutility del nord

COMUNICATO STAMPA

Premesso che, come ASSOCIAZIONE ENERGIA FELICE, condividiamo le osservazioni critiche e le preoccupazioni del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua sull’operazione “Multiutility del Nord”, desideriamo sottolineare i seguenti aspetti che riteniamo molto importante sottoporre all’attenzione della Giunta Pisapia e per l’illustrazione dei quali sollecitiamo un incontro con gli assessori competenti.

Ben al di là del problema, pur importantissimo, della partecipazione democratica alla gestione di servizi pubblici essenziali, quelle che sarebbero pregiudicate con la velleità di creare una compagnia energetica orientata a un business transnazionale ispirato alla logica del profitto e della finanza, sono le possibilità di costruire infrastrutture adeguate a un modello energetico “rinnovabile” e “risparmioso”, pulito, diffuso, localmente autogestito e in pratica autosufficiente.

Si tratta di rinunciare in partenza alla base fondamentale per costruire un modello di produzione e di consumo alternativo al sistema globale che stiamo vedendo collassare. Assistiamo all’esplosione di “Fukushime nucleari, climatiche e finanziarie”, con la crisi economica e del debito che provoca impoverimento, disoccupazione e ruba speranza e dignità a giovani, a meno a giovani, a donne, insomma al 99% sempre più schiacciato dall’1% straricco e privilegiato.

La nostra convinzione è che la conversione ecologica sia una necessità senza alternative. E vorremmo che la giunta del “vento nuovo”, del cambiamento, della promozione dei beni comuni, percorresse con coerenza la strada indicata dal popolo italiano con chiarezza attraverso il voto dei referendum di giugno.

Sarebbe quindi più che opportuno che, in attuazione della volontà referendaria, si avviasse subito, da parte del Comune di Milano, il processo per gestire l’acqua e l’energia attraverso strutture giuridicamente ripubblicizzate e con modalità partecipative effettive.

Milano, 9 febbraio 2012

Associazione Energia Felice, affiliata all’ARCI – Via Nicola Antonio Porpora, 113 – 20131 Milano

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Fermiamo il carbone, avvelena il clima e la nostra salute

18-19 FEBBRAIO 2012

GIORNATE DI MOBILITAZIONE NAZIONALE

Il 16 febbraio ricorre l’anniversario del Protocollo di Kyoto, il trattato internazionale per combattere i cambiamenti climatici che tanti disastri stanno provocando anche in Europa e nel nostro Paese.

La scelta di incrementare in Italia l’uso del carbone per la produzione di energia elettrica tramite la riconversione e la costruzione di grandi centrali è una SCELTA NOCIVA E SBAGLIATA, la combustione del carbone produce altissime emissioni di anidrite carbonica, più del doppio di quelle del gas, aggravando il fenomeno del cambiamento climatico che minaccia il futuro del Pianeta.

Il carbone è anche una GRAVE MINACCIA PER LA SALUTE DI TUTTI: la combustione rilascia un cocktail di inquinanti micidiali (Arsenico, Cromo, Cadmio e Mercurio) che coinvolgono aree anche molto lontane dalle centrali. L’Anidride solforosa emessa, combinandosi con il vapore acqueo, provoca le piogge acide.

Il carbone è conveniente solo per le grandi lobby proprietarie delle centrali, che non rispondono dell’inquinamento causato e usano un combustibile a buon mercato grazie anche allo sfruttamento dei minatori. Col carbone aumenterà il ritardo dell’Italia verso gli obiettivi di riduzione di almeno il 20% delle emissioni entro il 2010, e il nostro Paese verrà condannato a pagare multe pesanti: tutti soldi che sborseremo di tasca nostra.

Come con il nucleare, anche le grandi centrali a carbone non servono. Già oggi l’Italia ha più centrali di quelle che occorrono: ci sono impianti per 110mila MW, ma i picchi di consumo non vanno oltre i 57mila MW. Semmai dobbiamo mandare in pensione quelle vecchie e inquinanti e rimpiazzarle con efficienza e fonti pulite.

L’efficienza è una risorsa per le bollette e per il lavoro: grazie alla detrazione del 55% per gli interventi sul risparmio energetico negli edifici, in 3 anni sono stati creati 150mila posti di lavoro. Le rinnovabili, poi, sono già una realtà: in Italia il 23% dell’elettricità è prodotta dalle fonti pulite. Con efficienza e rinnovabili, la Germania ha prodotto in 10 anni 400mila posti di lavoro e al 2050 potrà disattivare tutte le centrali a fonti fossili.

Info: www.fermiamoilcarbone.it

I promotori: Alternativa, AltraMente scuola per tutti, AltroVe, Arci, Auser, A Sud, Cepes, Circolo AmbienteScienze, Comitato Energiafelice, Comitato SI’ alle Rinnovabili NO al nucleare, Coordinamento Veneto contro il carbone, Ecologisti Democratici, Fare Verde, Federazione nazionale Pro Natura, Federconsumatori, Forum Ambientalista, Greenpeace, ISDE-Medici per l’Ambiente, Italia Nostra, Kyoto Club, Legambiente, Lega Pesca, Lipu, Movimento difesa del cittadino, Movimento Ecologista, OtherEarth, Rete della Conoscenza (Uds-Link), RIGAS, Slow Food Italia, SOS Rinnovabili, Terra! Onlus, Vas, WWF, Ya Basta.

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Una mini-latteria solare in Burkina Faso

tratto da Africa, a cura di Anna Pozzi

Nei villaggi più poveri e isolati del Burkina Faso un Padre Bianco francese installa frigoriferi a pannelli solari. E insegna alle donne locali a gestirli con profitto.

Ci sono voluti diversi anni per una cosa apparentemente molto semplice: creare una piccola latteria con un frigo a energia solare in un remoto villaggio peul nel cuore del Burkina Faso. Ma niente è come sembra quando si vanno a toccare equilibri culturali, tradizionali ed economici che sembrano fissati nel tempo. Eppure, grazie alla sua determinazione e a una rete straordinaria di relazioni a livello di base, il padre Maurizio Oudet, Padre Bianco francese, è riuscito in questa piccola-grande impresa.

Fiducia nelle donne

Lo scorso agosto, insieme alla presidente dell’Unione delle mini latterie del Burkina e a un tecnico dell’allevamento dell’associazione “Accord”, è partito, con un camioncino alla volta del villaggio di Mu, nei pressi di Boromo, più di duecento chilometri dalla capitale. Nel cassone c’era di tutto. Il grande frigorifero, soprattutto, con il pannello solare e tutto l’occorrente per creare la piccola latteria che sarà gestita dalla donne peul. «È una scommessa!», dice padre Maurice che con i suoi due collaboratori incontra i capi-villaggio e le donne sotto un’ampia tettoia, al riparo dal sole cocente. Tutti prendono la parola. Si confrontano su questioni tecniche ed organizzative. «Siamo d’accordo che saranno le donne a occuparsene – dice il missionario – hanno seguito una formazione per poter gestire al meglio la produzione e la commercializzazione dei prodotti. Lavoreranno bene».

Yogurt e latte

Lui di esperienza ne ha già moltissima: di minilatterie, ma non solo. Da molti anni lavora per la promozione del mondo rurale ed è un esperto dei processi agricoli e dell’allevamento in Burkina Faso. Non distante dalla sua missione, una minilatteria che ha contribuito a creare rifornisce formaggio fresco e ottimo yogurt. «Ora vogliamo fare un esperimento anche in questa zona più remota – dice -. Abbiamo valutato che nel villaggio vicino ci sono potenzialità di acquisto di questi generi alimentari e dunque, se ben organizzate e rifornite di latte, nell’arco di tutto l’anno, la latteria può funzionare facilmente e dare dei benefici».

Il frigo con pannello solare, fatto arrivare appositamente dalla Francia, è il primo nel suo genere in Burkina. Garantisce energia pulita e gratuita. Qui il sole non manca e il frigo ha una tecnologia tale che non necessita di batterie. Con una durata prevista di 25 anni. Padre Oudet è entusiasta. «Se funziona, potremmo distribuire questi frigo in molti altre comunità isolate, dove non arriva la rete elettrica del Paese. Questo permetterebbe di creare piccole attività produttive per il bene di tutta la comunità». Il primo passo è stato fatto. Ora padre Maurice rilancia la sfida ad altri.

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