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Miti sul nucleare: così si continua a spararla grossa (e si aggirano gli esiti dei referendum)

Mentre dagli Stati Uniti vengono scagliate affermazioni rodomontesche che disorientano un’opinione pubblica già provata, non sembra venir meno anche da noi la propensione a spararle grosse. E’ da qualche settimana che l’intera compagine al governo si cimenta nel sostegno dell’uranio più o meno arricchito (se non addirittura, nascondendolo con dovuta reticenza, del plutonio di interesse militare) come combustibile in reattori piccoli o grandi (ancora non si distingue bene…).

Sia il Ministro dell’Ambiente che il seguito di stampa e di presunti esperti che lo assecondano si cimentano incautamente sulla strada del ciclo radioattivo e, con dati alquanto opinabili, si prodigano per accantonare l’esito dei referendum del 1997 e del 2011. Sicurezza, remuneratività degli investimenti, sostenibilità, energia infinita e a buon mercato costellano i mantra che ci vengono via via ammanniti. Vediamo un po’ di cosa si nutrono i miti sul nucleare incautamente dispensati. Attingendo dati dalle fonti internazionali meglio accreditate (in particolare il Bulletin of Atomic Scientists).

Si fa notare che alla Cop28 i rappresentanti di 25 paesi, guidati dagli Stati Uniti, hanno assunto l’impegno di triplicare al 2050 la disponibilità di energia nucleare. Parrebbe automatico accodare anche l’Italia a tanta impresa. Peccato che ci siano oggi 100 reattori in funzione in Europa, la maggior parte dei quali sono vecchi e che 90 di questi dovranno essere chiusi entro il 2050. Quindi, avremmo bisogno nel solo vecchio continente di 90 nuovi reattori solo per mantenere l’energia nucleare al suo livello attuale e, per triplicarlo, di 300 nuovi reattori, con la connessione di 15 nuovi grandi reattori in Europa ogni anno dal 2030 al 2050.

C’è posto per l’Italia in tanta impresa? Tanto più se si osserva che l’aumento di potenza di tutte le centrali nucleari nel mondo negli ultimi vent’anni, dal 2004 al 2023, è stato pari a un totale di 7 GW e che nello stesso periodo, la capacità delle centrali solari nel mondo è cresciuta di 1643 GW, passando da 7 GW a 1650 GW.

La spiegazione è chiara: le rinnovabili meglio e più velocemente del nucleare competono per tenere a freno la catastrofe climatica: basta confrontare i tempi di realizzazione e la curva di apprendimento delle due tecnologie a totale vantaggio della prima.

L’uranio non è una risorsa abbondante, anzi, e in Italia sarebbe tutta d’importazione. In Europa attualmente non esiste più una miniera di uranio operativa e la capacità di arricchimento del combustibile dovrebbe essere acquisita fuori dai nostri confini. Ma si è valutato chi vorrebbe investire in Occidente in una tecnologia non più sulla cresta dell’onda?

E’ pur vero che la tassonomia Ue purtroppo classifica l’energia nucleare come una risorsa “ecologicamente sostenibile”, ma per rientrare in questa categoria il Paese che ospitasse gli impianti dovrebbe attivare un fondo per la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito e un fondo per lo smantellamento delle centrali nucleari, oltre ad assicurare un deposito già operativo per i rifiuti di bassa e media attività (LILW) e un deposito funzionante entro il 2050 per i rifiuti di alta attività e il combustibile nucleare esaurito. E come si ottempera a questi vincoli in Italia?

Le centrali nucleari si costruiscono in un lasso di tempo non compatibile con l’urgenza climatica e con l’assorbimento di risorse finanziarie così ingenti da avere un costo corrente elevato e pesare sul debito di molte generazioni future. Il reattore EPR della società francese Areva in Finlandia, Olkiluoto 3, è in costruzione da 18 anni; lo stesso reattore a Flamanville in Francia è arrivato all’avvio dopo 17 anni, mentre per Hinkley Point C nel Regno Unito è previsto il completamento della costruzione nel 2031: il che significa 21 anni dalla decisione del governo e 14 anni dall’inizio della costruzione.

Per il reattore francese il prezzo del contratto era di 3 miliardi di euro, mentre la stima del completamento è sui 30 miliardi di euro; gli impianti di Hinkley Point C costeranno 36 miliardi di sterline (43,4 miliardi di euro) ai prezzi del 2015, o 57,7 miliardi di euro ai prezzi odierni. Si capisce perché il ddl del governo sul “nucleare sostenibile” lasci trapelare aiuti pubblici e taccia sullo scarico sulle bollette.

Ma – si dirà – l’Italia punta agli Smr, i piccoli reattori nucleari: ebbene, il prezzo del nuovo Smr BWRX-300 da soli 300 MWe di GE-Hitachi, raggiungerà i 5,4 miliardi di dollari più interessi quando sarà forse costruito nel 2033. Quanto costeranno allora i moduli per sostenere i data center sparsi in tutta Italia che il governo fa trapelare interessati all’atomo?

In quanto ai costi d’esercizio (e al pagamento delle bollette!) va ricordato che è vero che per la centrale nucleare di Krško, vecchia di 43 anni, il prezzo interno dell’impianto era di 34 euro/MWh nel 2022 più 12 euro/MWh per il fondo di smantellamento, i rifiuti LIL e il combustibile nucleare esaurito, per un totale di 55 euro/MWh. Ma si tratta di un impianto largamente ammortizzato, mentre il prezzo dell’elettricità pubblicato per la nuova centrale nucleare di Hinkley Point C è di £ 92,5/MWh ai prezzi del 2012. Ai prezzi odierni, questo stesso prezzo è di £ 136,9/MWh o 159,55 Eur/MWh. Questo prezzo sarà molto più alto entro il 2030.

Secondo il rapporto di Draghi “Il futuro della competitività europea” del settembre 2024, l’elettricità dalle nuove centrali nucleari è aumentata di prezzo del 46% da 123 $/MWh nel 2009 a 180 $/MWh nel 2023. Confrontiamolo allora con il costo livellato dell’energia (Lcoe) nel 2019 di 53 $/MWh per l’elettricità prodotta dall’energia eolica terrestre e di 68 $/MWh per quella fotovoltaica! Per gli Smr tuttora non esistenti la previsione di costo si aggira attorno a 180-260 euro a MWh.

Il nucleare richiederà sostanziali riduzioni dei costi prima che valga la pena di investire, indipendentemente dal fatto che il suo beneficio in termini di energia pulita venga considerato o meno, dato il vantaggio delle rinnovabili rese continue dagli storage avanzati.

In questo post, peraltro, si è trascurato l’aspetto più inquietante: l’assoluta mancanza di progressi decisivi nella tecnologia nucleare che la possano definire di nuova generazione (IV generazione?!). Dove sta allora il superamento dei referendum, per lanciarsi in una avventura fallimentare anche sul piano dei costi e delle prospettive a breve e lungo termine?

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Il fascino indiscreto del nucleare: l’operazione del governo Meloni è debole e spericolata

Il governo italiano è confuso, irretito e in alcune sue componenti perfino ammaliato dalla tempesta che Donald Trump sta scatenando in ogni consesso in cui la sua protervia e cattiveria danno prova di penetrazione, se non di sfondamento. Qui vorrei trattarne le implicazioni sul terreno della transizione energetica, da lui ampiamente frenata con un surplus di arroganza nei confronti di quanti hanno subito danni e catastrofi per l’origine antropica dei cambiamenti climatici.

A conferma di questa premessa proverò a portare alla luce quella che si rivela come la debole strategia di Pichetto Fratin e di Giorgia Meloni mutuata dal favore del tycoon per portare il Paese forse ad un nuovo referendum sul nucleare, anziché ad un cambio di paradigma nell’emergenza in cui ci troviamo. Con questo proposito riduco le osservazioni che seguono al collegamento tra la mancia sulle bollette elettriche del decreto del 28 febbraio e la pretesa di una riedizione del ritorno al nucleare, non a caso presentate l’una e l’altra contemporaneamente con la stessa impronta irrealistica, inconcludente, mistificatoria.

Dico subito che il decreto sulle bollette non lascerà certo segni se non per un intervento provvisorio a valle di un processo che vede il prezzo dell’energia per lo più ancorato a quello del gas, anziché a quello inferiore delle rinnovabili. Lo svantaggio odierno del caro bollette rischia di protrarsi nel futuro immediato per via di scelte di fondo che vorrebbero in Italia la costituzione di un hub del metano per tutta l’Europa, quando tutti i Paesi guardano con sospetto i prezzi del gas liquido (Gnl) che l’amico americano vuole imporre ai sudditi europei che più ne hanno fatto scorta. Figurarsi poi se per il futuro meno prossimo si agita l’immagine stinta del nucleare riverniciato del titolo di una IV generazione che non esiste affatto e che, se fosse realizzata, porterebbe il costo del Kwh addirittura più vicino ai 200€/Mwh che non ai 170 dei reattori maturi. Un costo triplo rispetto ai 50€/Mwh delle rinnovabili, rese continue dall’assistenza soprattutto di pompaggi, oltre a batterie e idrogeno verde, al costo di soli 10€/Mwh aggiuntivi.

Chi pagherebbe se non intere generazioni vincolate da una servitù garantita dallo Stato e non certo dalla Confindustria, che oggi si schiera per l’atomo sotto la spoglia della “neutralità tecnologica”? Forse, dietro all’impossibile nucleare al 2030 si nasconde uno storno dell’opinione pubblica dal mancato prelievo degli extra profitti delle aziende energetiche, che fanno il prezzo delle bollette in base al mix energetico previsto da una timida programmazione nazionale, ostile ancor oggi al passaggio dai fossili al sole, al vento, all’acqua.

Per chiarire l’imbroglio a due facce, occorre sapere che tra il 2021 e il 2023 gli operatori del settore hanno incassato utili per circa 19 miliardi all’anno (+175% rispetto all’anno pre-pandemico), mentre l’Associazione Federconsumatori stima aumenti in bolletta nel 2025 per circa mille euro in più a famiglia, mentre in quattro anni il prezzo dell’energia è triplicato.

Occorre con molta attenzione svelare il fascino indiscreto che ha oggi il ricorso al nucleare, per inquadrare questa operazione spericolata del governo Meloni nel contesto della crisi dell’Occidente e della svolta anche culturale che proviene da un ruolo taumaturgico affidato all’Intelligenza Artificiale, che dovrebbe disegnare il futuro in base ad una elaborazione statistica su immense moli di dati del presente, raccolti in bacini esclusivamente governati dal mercato e da imprese private e implicanti considerevoli consumi di energia per 8000 ore all’anno e 7 giorni su 7. Risulta agevole, in questo contesto e nella cultura imprenditoriale, scivolare senza remore verso un ordine di energia incompatibile con i processi del vivente come è quello originato dalla fissione atomica. La si vorrebbe distribuita sul territorio in impianti di piccola taglia (SMR ed AMR), che con il loro eventuale impiego muterebbero il modello di controllo di una fonte centralizzata e relativamente isolata dalla popolazione – come è il caso del nucleare di potenza – e porterebbero altresì ad una dispersione delle scorie, ad un tempo di vita dipendente dal successo del particolare prodotto cui la nuova tecnologia è dedicata (con necessità di costosissimi decommissioning più frequenti) e infine ad una militarizzazione forzata del territorio. La documentata fame di energia dell’IA si scontrerebbe inoltre con i limiti della sua produzione: l’energia fossile, infatti, non è sufficiente ad alimentare le mega fattorie digitali, mentre quella nucleare è ambientalmente insostenibile e troppo cara rispetto alle rinnovabili assistite da accumuli in una dimensione comunitaria.

Se, infine, gli impianti nucleari – come afferma il Ministro dell’Ambiente – devono anche funzionare da complementari a quelli solari ed eolici, dovrebbero essere destinati ad essere continuamente modulati per fornire istante per istante la differenza fra la domanda e la produzione di sole e vento e quindi a funzionare la maggior parte del tempo a potenza ridotta. Per di più, nella previsione, pure contenuta nel ddl di una produzione nucleare che arriverebbe dall’11 al 22% del totale (e quindi con il 78-89% prodotto dalle rinnovabili), nelle mezze stagioni e in estate molto spesso la produzione da fonte rinnovabile supererebbe la domanda, e quella nucleare risulterebbe la tecnologia intrinsecamente meno adatta a compensare la variabilità delle fonti rinnovabili

Nonostante in tutti i Paesi dell’Occidente si sia persa la possibilità di costruire centrali nucleari nei tempi e nel budget previsti, gli interessi delle alleanze – al fondo militari – fanno accodare il nostro governo ad una ipotesi irrealistica e perniciosa. L’informazione – e la conseguente partecipazione democratica che viene non a caso depotenziata – sommergerà l’imbroglio silenzioso e ne farà giustizia alla luce del sole, del vento e dell’acqua.

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Eolico offshore, a Civitavecchia il governo preferisce la Puglia e reprime una lotta dal basso

Le guerre atroci che ci circondano stordiscono e l’asticella di sopportazione si sposta sempre un poco più in là, ma non possiamo tralasciare altre emergenze, anch’esse legate alla salute e alla sopravvivenza della nostra specie. L’Antropocene, purtroppo, si manifesta sotto la più colpevole incuria della terra e della biosfera tutta.

Per concentrarci su quanto accade da vicino, occorre denunciare come l’emergenza climatica in corso stia passando in secondo piano. Anzi, il governo in carica, nonostante la devastazione di interi territori nazionali, traffica per affari sottotraccia, piegando le aspettative e l’urgenza della riconversione energetica “verde” agli interessi delle vecchie lobby, rafforzate nelle loro pretese. E, come capita quando la partecipazione dei cittadini viene messa in secondo piano, si inventano “Piani Mattei”, pur di avere rigassificatori riforniti da GNL dall’Atlantico o da gasdotti trans mediterranei.

Intanto, si cambia in un baleno l’intero quadro di comando delle partecipate statali dell’energia e ci si allea con la Confindustria più retriva, pur di tener fede nel ritardo dell’installazione delle rinnovabili e nel mantenere una quota di gas e di nucleare al 2030. Un progetto assai rischioso, incompatibile coi tempi dell’emergenza climatica, giacché tradirebbe l’obbiettivo di 1.5°C, non eliminando a norma le combustioni fossili e rilasciando diffusamente rifiuti radioattivi letali.

Parto da Civitavecchia ancora una volta, per chiarire come la sconfitta – e quindi la sconfessione di un progetto maturato dal basso – sembra premere al governo di Meloni, Fitto e Pichetto Fratin. L’edizione barese di Repubblica il 29 settembre annunciava che “salgono sempre più le quotazioni della Puglia (con i porti di Taranto e Brindisi insieme) e della Sicilia (con Augusta) come sedi dei grandi hub per l’allestimento delle piattaforme per l’eolico offshore galleggiante”. Non sarebbe male, se fossero in aggiunta al porto laziale, che da lungo tempo ha annunciato la sua candidatura, prefigurando anche l’insediamento di aziende manifatture per l’offshore, con la copertura finanziaria di una joint venture europea già costituita per gli investimenti di 27 pale eoliche a 35 km al largo delle sue coste.

Evidentemente, il credito di Fitto e di alcuni parlamentari pugliesi (ma non solo) della maggioranza ha avuto un suo peso nel non prendere in considerazione il porto che è stato al centro di una partecipazione popolare, del mondo del lavoro e della ricerca.

Evidentemente, i nuovi manager designati nelle Aziende Partecipate dell’energia non nutrono alcuna autonomia dai ministri designatori (non c’è più uno Starace all’Enel!) e riscrivono tra di loro il nuovo PNIEC inviato a Bruxelles, che, nei loro intenti, rallenta le rinnovabili e le sostituisce con il nucleare, bocciato da ben due referendum, ma celebrato nella sua nuova veste di piccola taglia (150 MW tutt’ora non esistenti, ma già valutabili in termini di alto consumo e di rischio elevatissimo, se realizzati) adatta a alimentare i data center per l’intelligenza artificiale.

Pichetto Fratin, in una dichiarazione al Giornale del 24 agosto sfida i referendum e il buon senso: “La transizione energetica è impensabile – dice – senza la sfida del nucleare. anche perché l’’Intelligenza Artificiale contribuirà al raddoppio di energia al 2050”: Quindi, non basteranno le rinnovabili (che intanto sono tenute ferme da mille cavilli). Per perseguire una strategia così penalizzante delle rinnovabili occorre rimuovere in Confindustria Rebaudengo, il responsabile di Energia Futura: e questo è nell’aria.

Ben si capisce allora l’allarme che lancia Marco Piendibene, il nuovo sindaco di centrosinistra di Civitavecchia: “E’ incomprensibile il differente approccio del governo in situazioni paragonabili a quella di Civitavecchia – scrive il 2 ottobre a due deputati del territorio: Battilocchio di Forza Italia e Rotelli, di Fratelli d’Italia – quando invece la promozione delle ragioni di Civitavecchia nei contesti istituzionali nazionali chiede il giusto riconoscimento e supporto nei progetti strategici” che vedono coinvolta una popolazione che per anni si è mobilitata per una soluzione che liberasse il proprio territorio dalla schiavitù dei fossili. Il sindaco chiede, infine, “un incontro urgente per discutere tutte le iniziative che possano essere messe in atto al fine di portare le istanze del territorio all’attenzione di tutti i dicasteri interessati”.

Piendibene e i suoi cittadini sanno che la città potrebbe diventare un punto di riferimento nazionale per la transizione energetica e lo sviluppo delle energie rinnovabili, con la realizzazione di un hub integrato in grado di favorire la crescita economica e occupazionale, valorizzando le infrastrutture portuali e la centralità della sua posizione geografica nel Mediterraneo.

L’attenzione dell’opinione pubblica, una volta edotta, non potrà che richiedere un ruolo proattivo e non distaccato e sterile da parte del governo.

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Pessime le credenziali dell’Italia alla Cop28: opaco il contrasto alla crisi climatica

All’avvio della Cop 28 il governo italiano arriva con un bilancio opaco sul contrasto alla crisi climatica, con segnali di grande sofferenza già sopportata da lembi assai vasti del territorio nazionale e, nonostante tutto ciò, con la pretesa di non cambiare rotta rispetto ai piani energetici che languono quasi immutati da oltre un lustro sulle scrivanie dei ministeri e degli enti energetici nazionali.

Da parte della maggioranza attuale le novità più rilevanti si collocano, da un lato, nell’avvicinamento e la promiscuità con quegli interessi europei che vorrebbero rilanciare il nucleare per ritardare la rivoluzione delle rinnovabili e, dall’altro, nell’aperta contraddizione di ridare fiato al gas facendo dell’Italia l’hub europeo non solo del metano, ma addirittura della CO2, da sotterrare in pianura padana o in Adriatico, trasportata da condotte provenienti anche da fuori dei nostri confini.

Occorre notare che l’Italia, dopo aver aderito alla dichiarazione della Cop di Glasgow, impegnandosi a porre fine a nuovi finanziamenti pubblici internazionali per progetti di estrazione, trasporto e trasformazione di carbone, petrolio e gas entro il 31 dicembre 2022, ha disatteso l’impegno, finanziando solo nei primi sei mesi del 2023 progetti fossili con oltre 1,2 miliardi di dollari di sussidi pubblici. E per di più, come denunciato da ReCommon, le istituzioni di finanza pubblica italiane continuano a promuovere il finanziamento di ulteriori progetti fossili sia sul suolo nazionale che, in particolare, in Africa, dove il binomio Meloni-Descalzi ha insediato un improbabile “piano Mattei” per dissimulare la continuità delle forniture di gas ben oltre i vincoli posti dallo stesso Green New Deal Ue.

In uno spaesamento generale del Paese entriamo alla conferenza di Dubai con pessime credenziali, nonostante la popolazione e i privati spingano responsabilmente per una crescita dell’energia rinnovabile. Intanto, mentre si allungano le ombre sul funzionamento delle assisi internazionali, tra ritardi sui vincoli climatici, assenti eccellenti e conflitti di interesse, anche l’Ue abbandona un ruolo di ambiziosa avanguardia, nascondendo sotto lo scudo dell’idrogeno “futuro” l’accettazione temporanea dell’espansione del gas, tuttora in promozione e allestimento in buona parte del continente.

Il capitolo italiano REpowerEU del Pnrr proprio in questi giorni è sceso da 19 miliardi di euro della proposta iniziale a poco più di 11. Inoltre, sul fronte Pnrr, la revisione stilata da Roma definanzia misure per oltre 15 miliardi, tra cui 6 miliardi per l’efficienza energetica nei Comuni, assieme ai fondi per gli impianti Fer innovativi e per l’idrogeno nei settori “hard to abate”. La cosiddetta “revisione al ribasso dei sussidi dannosi per l’ambiente” verrà immediatamente compensata da un sussidio per i costi di allacciamento alla rete del gas del biometano, con grande soddisfazione della Coldiretti.

Le grandi centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia verranno chiuse entro il 2025 – e questo è bene – ma nel contempo sulla costa tirrenica va a rilento l’intero piano complessivo per l’eolico off-shore di Civitavecchia, per cui ad oggi non sono previsti finanziamenti per l’allestimento delle strutture portuali adatte a farne l’hub per l’eolico nel Mediterraneo. E nemmeno è alle viste una adeguata azione di politica industriale per lanciare sul territorio laziale un complesso manifatturiero che sopperisca all’importazione di apparecchiature tanto innovative come le pale eoliche galleggianti.

Nondimeno, un complesso di istituti di ricerca e formazione dovrebbe fornire garanze di buona e duratura occupazione ad una popolazione che ha avuto il merito di lottare per la trasformazione energetica in una città che da oltre 70 anni sacrifica salute e fruibilità del territorio alla produzione di energia da olio minerale e carbone.

Tutti gli attori in campo (Enel compresa, anche se il suo piano industriale esce ridimensionato sulle rinnovabili nel passaggio da Storace a Cattaneo alla testa del gruppo) devono sentire come una conquista faticosa ma esaltante la transizione dal fossile all’energia pulita; lo stesso Ministero per le Imprese e il Made in Italy dovrebbe svolgere un ruolo propulsivo in tal senso, rendendo sinergico il coinvolgimento delle istituzioni accanto alle forze sociali vive che hanno partecipato dal basso ad aprire una strada nuova per minimizzare l’impatto ambientale e sociale e massimizzare le opportunità che devono essere colte oggi e non domani.

Quel che vale per Civitavecchia andrebbe consapevolmente esteso a tutto il Paese.

La presidente Meloni partecipa alla Cop 28 con un mandato della sua maggioranza (non del Parlamento!) in cui spicca l’assenza di un chiaro impegno su come accelerare la diffusione delle energie pulite e l’assenza di tempistiche per destinare lo 0,7% del Pil in aiuti allo sviluppo, di cui il 50% alla lotta al cambiamento climatico. Si cita “un percorso nazionale di graduale riduzione ed eliminazione dei sussidi alle fonti fossili”, da realizzare però “secondo modalità compatibili con lo sviluppo economico e sociale del Paese”.

Se si pensa poi che l’esecutivo dovrà anche incentivare le sperimentazioni “volte all’abbattimento delle emissioni e allo stoccaggio a lungo termine dell’anidride carbonica”, in modo da garantire lo sviluppo della filiera del sequestro di anidride carbonica, allora sarebbe bene che non solo gli ambientalisti, ma quanti hanno a cuore il futuro delle nuove generazioni smettano di accontentarsi di rincorrere la notizia del giorno che sposta quella del giorno precedente, per seguire più da vicino un processo partecipativo e di lotta per un mondo senza guerre, senza ordigni nucleari, che contrasti efficacemente il cambio climatico e si mantenga in armonia con la natura e il resto del vivente.

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La transizione ecologica va fuori strada: subdole manovre di greenwashing lo dimostrano

In una puntuale riflessione apparsa su La bottega del barbieri di martedì 27 giugno sotto il titolo Una polemica disordinata, Giorgio Ferrari solleva una critica rivolta all’Ipcc e a molti ambientalisti per aver rappresentato la battaglia contro il cambiamento climatico come una mera surroga dei combustibili fossili con fonti di energia rinnovabile. In effetti, il confronto pubblico si è spesso fissato su questa semplificazione, ma, credo, più per colpa dei conservatori, ostinati ad associare ogni manifestazione vitale e di progresso alla potenza e all’efficienza di macchine e impianti alimentati da combustioni o addirittura reazioni nucleari, piuttosto che ispirate al criterio di sufficienza, caratteristico dei processi naturali sostenuti dall’irraggiamento solare. Un criterio che si indirizza a tempi più lenti e cicli meno dissipativi, compatibili con la conservazione della biosfera e associati a scorie frequentemente riciclabili.

Forse in nome di uno sviluppo e di una crescita che ormai fanno parte dell’archeologia della storia, la conversione ecologica richiesta dal brusco mutamento del clima non entra affatto nel lessico di governanti, ministri, esperti e dirigenti di vario calibro, che trattano le soluzioni all’emergenza come una questione da libro dei sogni. L’osservazione di Giorgio Ferrari tocca opportunamente il rischio di un probabile insuccesso nella lotta complessa contro il riscaldamento, dato che, non ponendosi nei confronti del capitalismo su uno spettro più ampio di quello delle tecnologie, non si esplicita molto oltre la rivendicazione di un’economia circolare e la ripartizione delle quote tra le fonti. Si arrischia così di oscurare quanto l’estrattivismo, che le rinnovabili portano con sé, finisca nel proseguire a sfruttare l’Africa e i paesi più poveri come una colonia per produrre elettricità e idrogeno da importare in casa propria.

Tuttavia, anche se la critica di adagiarsi su un orizzonte limitato alla sola questione energetica, intesa come la mera sostituzione delle fonti fossili, è un ammonimento di cui tener conto – ed è benevolmente rivolta anche a me – provo a mettere in conto come contrastare gli interessi intercapitalistici che tenderebbero a coprire con subdole manovre di “greenwashing” una rapida e salvifica uscita dall’Antropocene.

Parto proprio dalla necessità di cambiare rapporti e stili di vita in sintonia con la affermazione (imposizione?) di nuove tecnologie, che devono subire un’accelerazione in sintonia con una crescita di partecipazione, informazione e formazione che coinvolga in modo specifico un rapporto continuativo tra scuola, ricerca e lavoro. Nel caso dell’energia, trovo che non sia tanto una questione di cifre, quote o obbiettivi soltanto, ma di discontinuità con un sistema che ha il suo perno nella potenza e nell’efficienza anziché nella sufficienza.

Non si può allora restare indifferenti di fronte alla scelta del governo Meloni di riaprire il dossier nucleare, mentre lancia un “Piano Mattei” perché l’Italia diventi lo snodo del gas dal Mediterraneo all’Europa e la cloaca – dalla pianura padana alle dorsali appenniniche fino alla Basilicata – della CO2 sequestrata nelle caverne svuotate dal metano Eni e nutrite con condotte di gas climalterante provenienti dalle combustioni di metano da tutta Europa.

Parrebbe incredibile che, proprio mentre si registra al 3 luglio il giorno più caldo sulla Terra mai censito dall’uomo, un governo che ha preso in giro gli stakeholders sull’aggiornamento del nuovo Pniec con una finta consultazione, si pronunci con le sue più alte autorità per infrangere e sbeffeggiare le ultime raccomandazioni che proprio l’Ipcc ha consegnato ai governi, alle banche, alle imprese.

Dopo l’inserimento nella tassonomia “verde” di nucleare e gas, le incertezze della Commissione Europea rispetto agli stessi obbiettivi del Green Deal si sono rivelate convinzioni nella decisione di estendere la produzione di idrogeno al nucleare. Non deve stupire che entrambe le aperture siano state prese a cuore dal governo Meloni, che nel Piano Energia e Clima “sottoposto a consultazione” e inviato pochi giorni fa a Bruxelles, ha chiarito le vere intenzioni dei suoi ministri ispirati da Big Oil.

Lunedì 19 giugno 2023, l’Organizzazione Mondiale di Meteorologia (Omm), organismo Onu, e il Servizio sul Cambiamento Climatico Copernicus (C3s), della Unione Europea, hanno confermato che la temperatura media dell’Europa aumenta due volte più velocemente della media mondiale a causa della crisi climatica. Nel 2022 l’estate è stata la più calda mai osservata, con una deviazione di +0,79 °C dalla norma 1991-2020.

A giudicare della eco trovata sui media, per l’Italia si tratta di un’altra non notizia.

Ormai si comincia a dire all’opinione pubblica che gli effetti della mitigazione non saranno in grado di impedire ulteriori peggioramenti del clima, per cui la priorità passerà all’adattamento, traccheggiando quanto più possibile con il gas e il Ccs e mettendo sullo sfondo un nucleare inesistente e, magari, facendo l’occhiolino alla geoingegneria, come avviene per le improbabili nuvole di gesso, zolfo e acqua, suggerite da Bill Gates per riflettere nello spazio parte dei raggi del sole, limitando il riscaldamento globale.

Intanto, Pichetto Fratin promette un “cambiamento il più possibile rapido del mix energetico, con una transizione energetica realistica e non velleitaria”: ovvero un hub del gas e tante rinnovabili con un vasto programma di idrogeno verde, che – ove mai esisterà – potrebbe muoversi nelle stesse infrastrutture del gas, tipo la dorsale adriatica in via di appalto. Tutto e il suo contrario. “Certo, aggiunge, su questo siamo un po’ in ritardo per via delle ‘difficoltà autorizzative’”.

C’è poi un solido ottimismo sul nucleare, che “non emette climalteranti”. A tal proposito basta analizzare l’esposizione di Sergio Zabot dove si scopre che le quantità di CO2 emessa nell’intero ciclo di vita dell’uranio è comparabile con quella emessa da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale. Vero è che il pianeta Terra ha la febbre: ma la transizione energetica sta andando fuori strada. “Al momento non solo è a rischio l’obiettivo di contenere la temperatura entro il grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali, ma anche i due gradi sono a rischio”, ha messo in guardia il direttore generale di Irena, Francesco La Camera, secondo il quale l’aumento di 1,5 gradi potrebbe esser raggiunto già in un paio di anni!

Ma, sempre secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, il taglio delle emissioni previsto dal piano nazionale nei settori dei trasporti, dei servizi, dell’agricoltura e delle industrie a basso consumo energetico sarebbe del 35-37% rispetto al target del 43,7% fissato dalla Ue. Parrà strano, ma la viceministra dell’Ambiente Vannia Gava ha confermato l’approccio prudente del governo. “Basta con i libri dei sogni, serve concretezza, vogliamo arrivare a net zero nel 2050 ma dobbiamo farlo con le tecnologie disponibili, in modo graduale”. La stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha indicato, lunedì 3 parlando agli industriali, che “La transizione va fatta con criterio, non possiamo smantellare la nostra economia per inseguirla”, confermando le resistenze del governo italiano a livello Ue su temi come l’auto elettrica o l’efficientamento energetico degli edifici.

Se queste sono le idee, i contrasti e le emergenze in campo, si capisce come il 2022 sia stato l’anno in cui si è registrata una spinta record sulle rinnovabili, ma anche quello con i più alti livelli di sussidi ai combustibili fossili di sempre. La partita per una transizione ecologica è ineludibile, ma tutta da giocare: le destre in Europa hanno deciso di farlo su un fronte prettamente sociale, prima che tecnologico…

L’articolo La transizione ecologica va fuori strada: subdole manovre di greenwashing lo dimostrano proviene da Il Fatto Quotidiano.

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